La denuncia e l’ingerenza

La denuncia e l’ingerenza

di Enzo Bianchi in “la Repubblica” del 6 febbraio 2014

Solo un anno fa, alla vigilia delle inattese dimissioni di Benedetto XVI, la chiesa cattolica era nel mezzo della bufera a causa da un lato della progressiva e sempre più drammatica emersione dello scandalo degli abusi su minori commessi da suoi membri. E, d’altro lato, dell’intrecciarsi di questa piaga con vicende finanziarie e intrighi curiali tutt’altro che cristallini quando non penalmente rilevanti. Attendersi che un cambio di pontefice — per quanto sorprendente per diversità di stile e di

approccio pastorale — fosse sufficiente per completare l’opera di risanamento avviata da Benedetto XVI e per rendere giustizia di decenni di silenzi e sottovalutazione della gravità dei comportamenti era sintomo perlomeno di ingenuità se non di volontà di rimozione affrettata della questione. Su questo tema, occorre riconoscerlo, gli ultimi decenni hanno visto un profondo cambio culturale nel quale la soggettività e i diritti dei minori sono emersi con forza, generando un giudizio morale di grave deprecazione per determinati comportamenti: per tutta la società occidentale, chiese comprese, i delitti di pedofilia sono diventati delicta graviora, reati tra i più gravi, e la condanna li colpisce con una forza sconosciuta in precedenza. Ora il documento della Commissione Onu per i diritti dei minori riaccende doverosamente l’attenzione sugli abusi verso i minori da parte di persone — preti, religiosi, educatori — con responsabilità all’interno della chiesa cattolica. Non andrebbe tuttavia dimenticato che i dati attestano come la percentuale di tali crimini commessi all’interno delle istituzioni cattoliche non si discosti da quella relativa a qualsiasi tipo di istituzione per i minori, specialmente se prevede la convivenza quotidiana tra questi e gli educatori. Anche la diffusione della patologia pedofila nella società in generale è indipendente dalla prevalenza o meno della cultura, delle tradizioni e delle istituzioni cattoliche in un determinato paese. In questa incalzante attenzione verso i misfatti di tanti educatori cattolici, è motivo di rammarico constatare che sovente si privilegiano accenti scandalistici e si ignorano o sminuiscono dati di fatto o iniziative che tentano di porre rimedio e di sanare questa orribile piaga. Quasi mai, per esempio, ci si interroga su quanto abbiano fatto — o non fatto — anche le istituzioni diverse dalla chiesa cattolica per offrire adeguata riparazione non solo economica alle vittime, per intervenire a prevenire il ripetersi di tali misfatti, per analizzare in modo documentato e interpretare il fenomeno, per prendersi cura anche dei colpevoli, così sovente vittime anch’essi di simili abusi durante la loro infanzia. Come si è visto in questi anni, non basta invocare e attuare una “tolleranza zero” verso determinati comportamenti: occorre far precedere e accompagnare la dovuta repressione da un’opera quotidiana di educazione e di elaborazione di una cultura del rispetto della dignità di ogni

essere umano, a cominciare dai più piccoli e indifesi, ma compresi anche i colpevoli di efferati delitti. In questo senso il rapporto della Commissione Onu sul comportamento del Vaticano in merito agli abusi sui minori non sembra aiutare l’assunzione di responsabilità e consapevolezze, né sembra riconoscere quanto fatto in questi ultimi anni — e non solo negli ultimi dieci mesi — dalla chiesa cattolica per sanare una ferita che resta insanabile per le vittime ma che deve essere medicata, come doverosa prevenzione affinché non si ripetano abomini simili. Il documento non aiuta perché sembra assimilare in toto Vaticano e chiese locali, singoli preti, vescovi e intere conferenze episcopali, comportamenti di istituzioni religiose risalenti a decenni addietro ed eventi di attualità; non aiuta perché pare ignorare gli sforzi compiuti e attenersi solo ai disastri causati; non aiuta perché inserisce nella doverosa stigmatizzazione della piaga della pedofilia altre questioni etiche che attinenti non sono, dall’aborto all’omosessualità. Come si può, parlando di difesa dei minori, passare a rimproverare alla chiesa cattolica la sua posizione fermamente contraria all’aborto? E cosa ha a che fare il tipo di approccio teologico o pastorale all’omosessualità con la depravazione della pedofilia? E a quale altro stato membro od osservatore presso l’Onu si chiede esplicitamente di cambiare la propria costituzione o il codice civile o penale, come si fa con la Santa Sede pretendendo che modifichi il Codice di diritto canonico? L’impressione che emerge dalla lettura degli stralci del documento affidati ai media è che si sia voluto affrontare un male certamente detestabile e tenace non confrontandosi con l’istanza ecclesiale in modo franco e costruttivo in vista di una comune battaglia per estirparlo, ma reiterando condanne già espresse, ignorando cambiamenti avvenuti e considerando più o meno esplicitamente l’interlocutore cattolico come una controparte che non collabora alla soluzione del problema ma lo accresce a causa del suo stesso approccio etico. Purtroppo da alcuni anni si può constatare che da parte di alcune istituzioni politiche occidentali sta crescendo un’ostilità anticristiana che — non accogliendo il messaggio etico, soprattutto della chiesa cattolica — finisce per accusarla di comportamenti che, se han fatto parte del passato, oggi sono condannati e, per quanto possibile, prevenuti e impediti. Sorge allora una domanda: perché l’etica cristiana anziché essere ascoltata e poi, eventualmente, contestata o rifiutata, diventa una ragione per attaccare in modo pregiudiziale la chiesa cattolica e la sua ricerca di cammini di umanizzazione e di relazioni interpersonali autentiche, a difesa della vita e della dignità di ciascuno? Francamente ci saremmo aspettati da organismi internazionali una più attenta ricerca della verità e un’intelligente lotta contro il mancato riconoscimento dei diritti dei minori. Non giova a nessuno procedere con schemi ideologici su simili tragedie: non certo alle vittime, né alla chiesa, ma nemmeno alla società civile che evita in tal modo di porsi interrogativi fondamentali su un’etica condivisa e sulla degenerazione di un clima che disprezza l’altro e offende il più debole

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