Preparare un’attesa

ARTICOLO SEME DEL VANGELO 10 dicembre 2017

Il Vangelo di Marco si apre con un grande assente, Gesù. Dopo un avvio fulminante (v. 1: ‘Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio’) l’evangelista infatti non presenta il Signore; introduce invece un altro personaggio che, nel vuoto del deserto, dà voce alle antiche profezie gridando a tutti la necessità della conversione. Questo personaggio è il Battista, uomo integro e austero, che con la sua figura attira le persone a riconoscere il proprio bisogno di salvezza. Giovanni vive un’apparente marginalità, ma il racconto ci fa capire che proprio il deserto diventa cassa di risonanza per una parola che chiede a ciascuno di tornare al cuore, per accogliere la venuta imminente di Dio.

Giovanni mi ha sempre affascinato, perché mi ricorda che nella nostra vita c’è uno spazio di attesa, c’è un ‘assente’ che deve arrivare e per il quale sono chiamato a strutturare il mio tempo e i miei stili di vita. Se l’Avvento ci richiama alla venuta del Signore, la figura del Battista ci mostra il modo con cui questa venuta può essere preparata; poi il Signore sicuramente ci sorprenderà, non potrà essere racchiuso nelle nostre previsioni (Giovanni stesso rimase spiazzato da Gesù, quasi scandalizzato), ma ugualmente noi siamo chiamati a ‘preparare la strada’. In fondo, è in questa vigilanza che si gioca la nostra vita. Quali stili dunque ci suggerisce il Battista? Per usare una parola riassuntiva, direi che ci mostra lo stile dell’essenzialità.

Essenziale è una persona che sente di avere un centro interiore e lo coltiva. Essenziale è un uomo che non insegue gli altri pur di avere vicino qualcuno, ma ha fiducia in ciò che porta anche se la sua voce dovesse risultare marginale. Essenziale è colui che non predica se stesso, ma aiuta le persone a trovare dentro di sé uno spazio di attesa per il desiderio di un incontro più grande. Giovanni è tutte queste cose: sente dentro di sé il grido del profeta Isaia, accetta di lanciarlo nel deserto, al di fuori di ogni logica di successo, sa farsi da parte per indicare uno di cui lui non è degno nemmeno di slegare i sandali. Questo rende la sua figura affascinante, una calamita per le persone del suo tempo, che per ascoltarne la parola e ritrovare se stesse escono dalla città e dalla sua confusione.

Mi chiedo allora: noi cristiani stiamo costruendo l’attesa del Signore? Stiamo preparando la strada? Siamo persone che attirano la gente per la loro essenzialità, per la loro integrità? O piuttosto chi ci incontra ci vede dispersi, indaffarati, arrabbiati, sempre in rincorsa? La gente di oggi ha il desiderio di incontrare qualcuno che mostri la via per un desiderio più grande; questo è il compito che ci affida il Vangelo.

Don Raffaele

Il Vangelo è adatto solo a chi desidera

Un seme di Vangelo (Mc 13. 33-37)
Inizia l’Avvento.
E con esso questi vangeli che invitano alla vigilanza, a vivere un’attesa ardente e operosa.
Spesso li sentiamo come vangeli che ci propongono una via faticosa: essere attenti, vigilanti, sempre pronti ci fa pensare ad una vita cristiana troppo impegnativa, mentre noi abbiamo così tanta voglia di trovare riposo, di vivere la libertà e la gratuità…
E poi questo annuncio: “Vegliate, perché non sapete!”… “Vegliate, dunque, voi non sapete”… che timore questo “non sapere” e che ansia dover attendere ciò che potrebbe capitare “all’improvviso”.
Ma il vangelo non è questo: non vuole suscitare in noi alcuna ansia, non si serve di minacce, non propone un cammino che opprime e toglie la gioia della libertà.
Al contrario il Vangelo è il libro del desiderio: ci educa a vivere il desiderio, anzi è adatto solo per chi sa fare della sua vita un cammino di desiderio e di speranza.
E desidera solo chi ha il desiderio dell’altro, del suo venire o del suo ritorno. Desidera chi ama e amando non si rassegna all’assenza, al vuoto. Noi cristiani siamo gli uomini e le donne del desiderio, perché senza desiderio la vita appassisce e si mortifica, si inchioda sterilmente al puro esistente.
E il desiderio tiene svegli, eccome… una madre non riesce a dormire finché il figlio non sia rientrato, un amante non si dà pace finché non giunge l’amata, un amico non fa festa finché l’amico non è arrivato, un cristiano non si acquieta finché non riceve la visita di Dio…
Desiderare è – come credere e amare – una competenza decisiva di un cristiano. Chi non desidera non spera più nulla. E’ freddo, morto, non appartiene a Gesù, uomo del desiderio per eccellenza, non conosce il Vangelo.
Ecco perché l’Avvento è un tempo così importante, così carico di messaggi, così decisivo per il nostro cammino.

don Ivo

Semplicemente uomini

ARTICOLO SEME DEL VANGELO 26 novembre 2017 (Mt 25, 31-46)
Il Vangelo di oggi ci fa tremare: sembra dirci che non serve la preghiera, non occorre un’appartenenza esplicita alla Chiesa, non è necessario nemmeno riconoscere Dio nella nostra vita. L’unica cosa che conta è ciò che facciamo (o non facciamo) per gli uomini, soprattutto quelli che si trovano in difficoltà. Non è richiesto neppure che si tratti di poveri ‘buoni’; anzi, spesso uno si trova senza niente per errori personali, o in carcere perché ha commesso un reato … Non importa: tutte queste persone sono il vero ‘sacramento’ del Signore e quando vedremo le cose con chiarezza – alla fine dei tempi – questa verità apparirà in modo nitido.
Che ne è dunque delle nostre strutture di Chiesa, delle consuetudini di fede che scandiscono le nostre giornate, dei tanti sforzi per rimanere fedeli a ciò che ci è stato insegnato? Questo Vangelo distrugge in un colpo solo ogni nostra appartenenza!
A Gesù piaceva molto provocare i suoi ascoltatori. Non lo faceva per seminare in loro un senso di paura verso ciò che sarebbe potuto accadere alla fine del mondo; voleva piuttosto che ciascuno si interrogasse a fondo sul proprio agire, soprattutto in materia ‘religiosa’. Questa parabola in fondo non vuole raccontarci quello che avverrà alla fine del mondo (è una parabola!), ma ci fa riflettere sul presente, un tempo in cui le cose sono velate e spesso poco chiare, un tempo in cui vi è il serio rischio di addormentarsi e non capire ciò che veramente conta. Colpisce che né i ‘buoni’ né i ‘malvagi’ abbiano riconosciuto nel povero la presenza del Signore; eppure è così anche nella nostra vita. Quando ci troviamo davanti ad una persona che chiede, possiamo lasciarci toccare o decidere di rimanere sordi. È il Signore? È solo uno scocciatore? Fa poca differenza! Ciò che conta è se noi accettiamo di lasciarci toccare dal volto dell’altro oppure no. Sì, perché l’altro che mi avvicina mi mette in crisi, mi chiede di ridimensionare tempi, spazi e risorse per fargli posto; allo stesso tempo risveglia in me un’umanità e un senso di ciò che vale davvero che altrimenti rimarrebbe sepolto in me. Se poi alla fine dei tempi ci verrà detto che lì c’era il Signore, questo non ci è dato di saperlo ora. Il nostro compito oggi è essere ‘semplicemente’ uomini.
Io credo che il Vangelo di oggi sia in fondo una parola liberante e consolatoria, perché ci dice che Dio non è lontano dalla nostra vita: è sempre lì, disponibile, nel volto delle persone che ci stanno accanto. La via passa per di qua. Dire allora che il vero ‘sacramento’ è il volto dell’uomo non è sminuire i sacramenti; è semplicemente ridare loro quella concretezza che a volte noi perdiamo quando dividiamo il ‘sacro’ dal ‘profano’, il mondo di Dio dal mondo dell’uomo.
Don Raffaele

Devastare il Vangelo

Un seme di Vangelo Mt 25, 14-30

Non so se ci sia un testo del Vangelo che sia stato trattato peggio di questo.

Su questa parabola dei talenti si sono accumulate precomprensioni e deformazioni che hanno chiuso la bocca alla Parola di Dio per far parlare la nostra pretesa educativa e addirittura la nostra etica capitalistica.

Orde di catechisti hanno invitato i fanciulli a pensare a quali fossero i loro talenti per metterli a frutto, come se i talenti fossero le doti naturali ricevute da ciascuno di noi. Trascurando il fatto che il testo non parla di talenti diversi, ma di talenti dati in quantità diversa, ci siamo inventati questa spiritualità del “mettere a frutto” il “mio” talento, quella dote naturale che è stata assegnata a me in modo singolare.

Il testo, invece, ascoltato in profondità, accumula via via sorprese, colpi di scena, squarci che sbriciolano la nostra visione di Dio e di noi stessi.

Sorprende che il terzo servo sia condannato, “gettato fuori nelle tenebre”. Non è stato disonesto, non ha sperperato il bene donato dal suo padrone, ha restituito ogni cosa. Dove la sua colpa se non è stato ladro e disonesto? Perché viene punito così duramente? “Ecco ciò che è tuo”: ha agito senza superficialità, senza azzardi, eppure… Perché è chiamato malvagio???

Sorprende il fatto che la ricompensa dei primi due servi non sia il frutto dei loro investimenti riusciti: hanno raddoppiato entrambi, ma la loro ricompensa è di altra natura. E’ prendere parte alla gioia del padrone, cioè diventare suoi amici, godere di una relazione nuova con lui.

Sorprende che il padrone abbia consegnato ai servi tutti i suoi beni: sono otto talenti, suddivisi diversamente, secondo le capacità di ciascuno. Un padrone che dà tutto, affida tutto, ma commisurando il peso alla capacità di portarlo. Non si tratta quindi, di aver donato a qualcuno di più e a qualcuno di meno, ma di aver affidato in modo misurato, perché nessuno dei tre si senta schiacciato dalla responsabilità.

Questa è una parabola insegna a noi che Dio è un padre che ci ha affidato tutto di quanto è suo. E che la nostra ricompensa, se faremo fruttificare i suoi doni, sarà la sua amicizia – al contrario – la nostra solitudine invidiosa (espressa dal digrignare i denti, v. 30).

A tutti Dio affida ciò che è suo, a ciascuno in misura diversa, perché siamo diversi. Dio, amando, affida in modo proporzionato: e invita ciascuno a fidarsi, a scommettere… lo fa dando a ciascuno il peso che può portare, senza pretendere oltre. E’ un racconto, quindi, che ci invita a vivere la fiducia perché la vita vale quando “raddoppia” il dono di Dio, mentre è inutile (v. 30) quando “lascia” e nasconde il dono sottoterra.

Questo è un altro racconto. E’ un altro Dio. Un Dio che ci chiede di fidarci e di scommettere!

don Ivo

Vergini sagge, vergini sciocche

ARTICOLO SEME DEL VANGELO 12 novembre 2017 (Mt 25, 1-13)

La parabola delle dieci vergini è crudele. Questo sposo arriva nel mezzo della notte, getta scompiglio in un corteo addormentato e poi entra con chi è pronto, lasciando fuori chi ha la sola colpa di aver dimenticato una scorta d’olio; le vergini sagge sembrano spietate nel negare un po’ del loro olio alle altre vergini; a nulla vale la corsa per andare a comperare l’olio mancante dai mercanti, e davanti alla richiesta insistente di aprire la porta l’unica risposta è ‘non vi conosco’. L’impressione è che il Regno dei Cieli sia un treno che arriva all’improvviso, passa e raccoglie chi è pronto a montare su, senza curarsi di chi rimane indietro. Che ne sarà di noi se il giudizio finale sarà così? Ancora: che ne è del Dio misericordioso che tante volte ci viene annunciato?
Io credo che questa parabola parli della nostra vita, mettendoci in guardia non tanto da un giudizio finale che non sappiamo come sarà (Dio ha un metro di misura completamente diverso dal nostro!), quanto piuttosto dal rischio di perdere le occasioni che il Signore offre al nostro tempo presente. Credo che a tutti noi sia capitato almeno una volta di non aver calcolato bene: sono le volte in cui abbiamo dovuto dire ‘non me ne ero accorto’, ‘credevo fosse così e invece non lo era’, ‘non ero pronto per quella cosa e sono arrivato tardi’ … Probabilmente in questi momenti abbiamo fatto esperienza che nessuno poteva metterci l’olio al posto nostro; e forse anche davanti a noi si sono chiuse porte che invece avremmo voluto attraversare. Ecco, la parabola racconta proprio questo pezzo della vita. Ci sono situazioni in cui la responsabilità è tutta in mano, e nessuno può sotituirsi a noi; perderle significa esser tagliati fuori da cose importanti, ed è inutile cercare la colpa altrove. Il Signore dunque ci invita a vegliare e ad esser pronti, perché non vuole che rischiamo di restare fuori dalla vita.
Come si fa ad esser pronti? Io credo che la qualità delle vergini sagge sia la capacità di preparare le cose fino in fondo. Queste ragazze non sono superficiali, non lasciano le cose a metà, sono capaci di calcolare un possibile ritardo dello sposo. Certo, anche loro si addormentano, come tutti, ma appena si svegliano hanno le cose pronte e sanno cogliere il momento. Mi chiedo se siamo così anche noi o se invece in tanti momenti siamo superficiali; soprattutto mi chiedo qual è il desiderio che abita il nostro cuore, perché uno può essere pronto solo per ciò che desidera veramente.

Don Raffaele

Portare i pesi gli uni degli altri

Un seme di Vangelo (Mt 23, 1-12)

Ecco il vangelo.

Inaccettabile, insopportabile!

Sì, il Vangelo è bellissimo, è liberante, è vita piena, ma è inaccettabile per noi!

“Voi siete tutti fratelli”: ecco la parola nuova, viva, piena di promessa.

Siamo tutti fratelli, tutti figli di un’unico Padre. Siamo invitati alla comunione.

Ma questo è inaccettabile: per essere tutti fratelli occorre che nessuno sia sotto, nessuno sia sopra. Che nessuno “leghi pesanti fardelli e li imponga agli altri non volendoli toccare nemmeno con un dito”.

Ma così fanno, purtroppo, le guide del Popolo di Dio del tempo di Gesù…

… o di tutti i tempi?!?

Questo Vangelo, infatti, non parla certo soltanto a scribi e farisei, sommi sacerdoti e anziani del popolo. Parla alle guide del Popolo di Dio di ogni tempo: anche a chi ieri e oggi guida la Chiesa, il nuovo Popolo di Dio nel quale, però, le logiche possono essere quelle vecchie.

“Monsignore, eccellenza, eminenza…”, non sono tanto diversi dai titoli che le guide di Israele amavano e dei quali si beavano… prendendosi a cuore il proprio nome, la propria fama, anziché il nome di Dio.

I titoli, gli onori, le cariche altisonanti, sono un modo per esimersi dalla fatica di portare i pesi che gli altri – i poveretti, la gente umile, il popolo semplice – deve portare.

Non siamo più, allora, tutti fratelli. Ci sono fratelli maggiori (quelli che contano) e fratelli minori (quelli che non contano). Forse fratellastri, o addirittura “sudditi”, come si usava dire!

La legge della chiesa, invece, è “portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo” (Gal 6,2). Al contrario questi uomini religiosi impongono agli altri i pesi e si vestono di titoli gloriosi.

Così distruggono la fraternità.

La fede cristiana, la chiesa sarebbe la vittoria su ogni competizione, su ogni rapporto di dominazione. Sarebbe la vittoria della comunione sulla sopraffazione, sulla lotta di potere.

Così deve essere e così dobbiamo vigilare che sia.

Altrimenti, con i titoli che nella storia abbiamo accumulato e di cui ancora ci gloriamo, distruggiamo la Chiesa di Gesù.

don Ivo

Un comando “secondo”

ARTICOLO SEME DEL VANGELO 29 ottobre 2017 (Mt 22, 34-40)
Mentre i farisei chiedono quale sia il comando ‘grande’, quello che tiene insieme tutti gli altri comandi della legge mosaica, Gesù risponde proponendo un comando ‘secondo’: amerai il tuo prossimo come te stesso. È vero: amare Dio con tutto il cuore, l’anima e le forze è il compito della nostra vita, la meta di ogni nostro desiderio e della fatica del credere; su questa strada però l’illusione è sempre dietro l’angolo, perché dire di amare Dio non ha un riscontro concreto, non c’è una verifica che mi riveli a che punto sono del cammino. Ecco perché Gesù, come è successo domenica scorsa, aggiunge un pezzo, una seconda parte non richiesta, che diventa il criterio per leggere anche la prima. Domenica scorsa il Signore aveva detto ‘Rendete a Cesare ciò che è di Cesare, ma a Dio ciò che è di Dio’. Oggi dice: ‘il secondo è simile al primo’. Questa attenzione ci ricorda che sono sempre le cose ‘seconde’ la chiave della nostra vita, ovvero le cose semplici, concrete e quotidiane nelle quali siamo chiamati a scegliere la posizione da tenere. Gesù non ha mai temuto chi amava molto gli uomini, magari anche con modi un po’ scorretti; la sua invettiva era piuttosto rivolta a chi professava di amare Dio nel momento stesso in cui disprezzava le persone. Il Vangelo fare molta attenzione: è facile separare l’amore di Dio, il nostro rapporto con Lui, e l’amore dei fratelli; è facile cadere nell’illusione e chiudersi in una vita spirituale vacua, concentrata su di sé, che magari si riempie di tante preghiere ma non ha la forza di uscire dalle proprie piccinerie. E fa pensare il fatto che proprio i nostri luoghi di preghiera – la celebrazione eucaristica o momenti di devozione comunitria – siano spesso segnati da insofferenze, malumori e lotte di potere: proprio nel momento in cui ci predisponiamo alla relazione con Dio, non siamo capaci di relazione con i fratelli.
Chiediamoci allora: nella mia relazione con Dio, quale spazio occupano le persone che vivono accanto a me? Come sto con quelli della mia comunità, che sia la famiglia, la parrocchia, l’ambiente di lavoro? Quale attenzione ho per le cose ‘seconde’?

Don Raffaele

A ciascuno il suo

Un seme di Vangelo (Mt 22, 15-21)

Se la cava bene Gesù.

Apparentemente la sua risposta è astuta, mette nel sacco i suoi oppositori.

Gesù sarebbe un uomo – come ce ne sono in effetti – intelligente e scaltro, che se la sa cavare svicolando dal tunnel nel quale è stato posto con una domanda impossibile, con una trappola perfetta.

In realtà Gesù è un uomo che sa andare al cuore della vita, al centro delle questioni e così sa fare “discernimento”, per cogliere il bene e il male e saper scegliere nelle situazioni più complesse.

Gesù davanti alla sfida sa capire cosa ci sia in gioco: è presente a se stesso, è attento, non si fa confondere dalla paura per la sfida.

Gesù decide di non mangiarsi nel silenzio la propria rabbia, ma la esprime con rispetto, ma anche con coraggio: “Ipocriti”, afferma, riconoscendo la loro malvagità rispetto alle parole melliflue che prima gli sono state rivolte.

Gesù non evita il confronto diretto: entra nello specifico facendosi dare la moneta del tributo ed interrogando i suoi interlocutori.

Gesù non accetta di essere prigioniero del si/no, della lettura della vita come l’applicazione di regole giuste/sbagliate. Sa che la vita è più complessa e spinge a guardare più in là.

Da questo nasce la sua risposta: intelligente, profonda, liberante.

Da questa vita interiore, da questa capacità di lettura delle situazioni e del cuore che nasce da un cuore abitato, coraggioso, intelligente.

Così è possibile “dare a ciascuno il suo”.

Cioè cogliere il bene che c’è in gioco e non opporre – in modo banale e schematico – le esigenze di Dio e quelle del mondo.

don Ivo

Mettersi il vestito della festa

ARTICOLO SEME DEL VANGELO 15 ottobre 2017 (Mt 22, 1-14)

Una cosa appare molto chiara ascoltando i Vangeli di queste settimane: la nostra storia, personale e comunitaria, è una lotta continua tra la testardaggine di un Dio che non si stanca di chiamare e un’umanità che trova tutte le scuse per resistere ai suoi appelli. Anche oggi la parabola ci racconta di servi che vengono mandati senza successo, derisi, addirittura uccisi; al posto della vigna si parla stavolta di un banchetto di nozze già pronto, ma la sostanza non cambia. Anzi, con questa parabola Gesù non si limita a raccontare il rifiuto del popolo di Israele, ma mostra che anche nella Chiesa c’è sempre il pericolo di tagliarsi fuori dalla salvezza.

Il racconto è molto fine: quando i messaggeri vanno ai crocicchi delle strade per chiamare tutti, la sala si riempie di ‘buoni e cattivi’. Ma non è questo il problema; il Vangelo sembra dire che nella Chiesa c’è spazio per tutti. Il punto è un altro: venire al banchetto con l’abito della festa. C’è infatti la possibilità di essere dentro ‘fisicamente’ ma non esserlo ‘col cuore’, di entrare ma senza capire il perché, di non scegliere veramente di partecipare alla festa. Questa in fondo è la tentazione che vive la Chiesa al tempo dell’evangelista Luca, e che spesso viviamo anche noi. Uno che viene ma non accetta di mettersi il vestito datogli in dono – a tutti all’ingresso era donato qualcosa che richiamasse la festa – è uno a cui non interessa ciò che succede intorno a lui, o chi lo circonda. Forse è solo una persona superficiale, forse è uno scroccone venuto esclusivamente per mangiare … certamente è uno che ragiona solo per sé. E quando il re gli chiede come mai sia venuto così, lui non sa dare risposta, rimane muto. Una persona così si autoesclude dalla festa e dalla vita.

Mi chiedo: a volte non siamo così anche noi? Quando ad esempio viviamo la fede o la partecipazione alla vita di comunità solo concentrati sul nostro piccolo pezzo? Quando pensiamo l’Eucarestia prima di tutto come una ‘faccenda’ tra noi e Dio, dimenticando i nostri fratelli che celebrano con noi? Quando prendiamo la parrocchia (o la Chiesa) come una struttura che deve garantirci il servizio di cui abbiamo bisogno, per poi ritornare nel vortice delle nostre occupazioni?

In tutti questi momenti Dio non viene a prenderci ‘per gettarci fuori nelle tenebre’, come dice la parabola; siamo piuttosto noi che ci auto-escludiamo dalla possibilità di una salvezza, perché l’incontro con il Signore e i fratelli non ha più il sapore della festa. Chiediamoci allora: qual è il ‘vestito della festa’ che sono chiamato a mettermi? Ovvero: quali scelte comporta per me l’appartenenza alla fede e alla mia comunità?

Don Raffaele

Non avete mai letto?

Un seme di Vangelo (Mt 21, 33-43)

Sono analfabeti.

Eppure si tratta dei capi, dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo.

Si tratta di coloro che ritengono di conoscere Dio e di avere un’autorità sulla gente.

A questi Gesù dice di essere analfabeti.

“Non avete mai letto…?” chiede Gesù.

Nelle Scritture è chiara la rivelazione del volto di Dio.

Eppure questi capi dei sacerdoti e questi anziani del popolo, interrogati da Gesù mostrano di non conoscere Dio.

“Che farà il padrone della vigna, se viene rifiutato più volte?”

Passerà alla vendetta, rispondono.

No. Dio non è così.

Il Dio di Israele, rifiutato ripetutamente nei profeti che ha inviato non si stanca di tentare.

Alla fine ha mandato il Figlio per chiamare gli uomini a sé.

E davanti a questo rifiuto, Dio non si vendicherà, non farà giustizia alla maniera umana.

“Voi sembrate non aver mai letto”, dice Gesù.

Nella Scrittura, infatti, c’è scritto che Dio ricomincia sempre.

Ricomincia diversamente, ricomincia altrove.

Dio non si stanca e se un popolo non capisce, Dio comincerà di nuovo partendo dalla pietra scartata, da un popolo che non era stato chiamato, da altri cuori, interpellerà altre coscienze.

Dio farà una meraviglia: al male Dio risponde con un bene sorprendente, nuovo, altro.

L’amore di Dio è un amore a senso unico.

Dio ama il suo popolo e lo invita. Lo ama testardamente e prova e riprova, come fa chi davvero ama l’altro che non vuole rispondere.

Apparentemente questa è una debolezza di Dio.

Un Dio che si lascia rifiutare, un Dio che si lascia sconfiggere, un Dio che non passa alla vendetta: ecco il nostro Dio. Tutto il contrario da qualunque altra divinità che l’uomo abbia fabbricato con la fantasia e quindi a sua immagine, cioè violenta!

Un Dio così, che scommette sul Figlio e perde, sembra un Dio debole.

Un Dio che ama e continua ad amare sembra un Dio comodo.

Quante volte lo pensiamo: se Dio perdona infinitamente, posso infinitamente peccare!

Ma non è vero: la ragione della nostra condanna può essere proprio questo incondizionato amore che aumenta la nostra responsabilità nel non rispondere mai ad esso.

Più sei amato e più sei invitato a dire il tuo sì. Se ce ne approfittiamo per indurirci nel nostro no, ecco che ci verrà tolto quanto diamo per scontato. Non per vendetta, ma perché non lo abbiamo accolto. Il Regno di Dio può sfuggire di mano, non perché Dio si vendichi, ma perché l’amore cerca sempre il frutto.

C’è dunque una responsabilità nel rifiuto, nella non risposta che deve far pensare.

don Ivo