Lo faccio perché “sei mio”

Un seme di Vangelo (Gv 20, 11-20)

Gesù non ce l’ha affatto con i mercenari.

Un mercenario non è mica cattivo: è semplicemente uno che fa quel che fa per lavoro, per portare a casa un onesto stipendio.

E se una cosa la fai per questo, allora ti spendi per quanto sia ragionevole spendersi: hai venduto al datore di lavoro le tue ore della giornata e il tuo impegno, non la tua vita!

Tutti siamo “mercenari” sul luogo di lavoro: mercenari nel senso ordinario del termine, che non ha nulla di dispregiativo: coloro che ci assumono ci chiedono impegno e competenza, non l’anima!

Gesù, però, non è un mercenario.

E’ un pastore, buono, bello, “autentico”.

Le pecore sono “sue”, gli appartengono, come ad un padre appartengono i figli, sono suoi, ad un marito la moglie, tra tutte è la “sua”.

Per qualcuno che è “mio” io do la vita: per qualcuno che è “mio” non qualche ora del mio tempo, non soltanto la mia competenza. Io, per chi è “mio” dò l’anima.

Gesù, buon pastore, fa quello che fa perché siamo suoi.

“Tu sei mio”, dice Gesù a ciascuno di noi.

Io per te do la vita, non qualcosa di me.

Dò il mio corpo, che è per te. Dò il mio sangue, per la vita di tutti, perché siete miei.

“Lo faccio perché sei mio”, anche quando questo significa porre la vita, cioè deporre la vita, perderla tutta.

Chi ama davvero qualcuno mette la sua vita in difesa per chi ama.

E Gesù pone la sua vita in difesa per le pecore (v. 11 e v. 15).

La vita, l’anima, tutto sé stesso: ama e non è un mercenario.

Non lo fa per “lavoro”.

Lo fa perché siamo suoi. Perché ci ama.

“Lo faccio, perché sei mio, e per te offro la mia vita”.

don Ivo

La fatica di credere

ARTICOLO SEME DEL VANGELO 15 aprile 2018 (Lc 24, 35-48)

I racconti di risurrezione ci spiazzano sempre: laddove ci aspetteremmo una gioia sconfinata e liberante, leggiamo di timore e paura; laddove dovrebbe esserci la certezza della fede, ecco invece il dubbio e l’incredulità. Quando Gesù appare, è come se per i discepoli fosse sempre la prima volta. E il Vangelo di questa domenica non è da meno: i discepoli di Emmaus tornano di corsa a Gerusalemme e lì trovano riuniti gli undici insieme a molti altri che attestano la verità della risurrezione. I due di Emmaus allora raccontano la loro esperienza lungo la via, la spiegazione delle Scritture, lo spezzare il pane, il riconoscimento del Signore … e mentre ancora stanno parlando ecco comparire Gesù. A quel punto nella comunità scatta il panico: credevano di vedere uno spirito! Ma come? Fino a un secondo prima non stavano parlando proprio di queste cose? Perché allora questa reazione di paura?

Il Vangelo sembra dire che riconoscere la presenza di Gesù risorto è un compito sempre nuovo, mai concluso, ogni volta da ricominciare. C’è una fatica che va riaffrontata costantemente, ed è la fatica del credere. In fondo è anche ciò che abbiamo ascoltato domenica scorsa, attraverso il racconto delle porte chiuse e dell’incredulità di Tommaso; la forza del Vangelo di oggi è mostrare ancor più chiaramente le resistenze da superare e il modo con cui Gesù aiuta i suoi discepoli – e anche noi – in questo percorso. Sottolineo solo due cose: la paura che il Signore sia un fantasma, l’impossibilità a credere per la troppa gioia. Questi passaggi, vissuti dai discepoli, ci svelano in cosa consista per noi il cammino di risurrezione.

La paura dei discepoli mi ricorda da vicino ciò che proviamo spesso noi davanti ad una novità che chiede un cambiamento nella nostra vita: sentiamo che la cosa è impossibile, non ha consistenza, è irreale. E come tale ci spaventa. Penso alle volte in cui davanti ad un problema le persone amiche ci propongono soluzioni ‘pazze’ o ci invitano a spostare l’angolo di prospettiva con cui guardiamo le cose; la prima reazione è dire che non è possibile. Forse sarebbe anche bello, ma proprio non si può fare. È la stessa fatica dei discepoli, che vedono in Gesù un fantasma. Affrontando la paura, sorge poi una seconda fatica, forse più profonda: quella della troppa gioia. Sarebbe troppo bello, sarebbe una svolta troppo grande se il Signore fosse davvero qui in carne ed ossa! Pensando a noi, sarebbe troppo bello se la cosa potesse davvero sbloccarsi, trovare una soluzione positiva! Anche la troppa gioia spaventa, perché svela a noi stessi la grande sete che c’è nel nostro cuore.

Essere cristiani dunque significa per noi essere in cammino verso la risurrezione e affrontare ogni giorno la fatica del credere. Mi chiedo allora: quali sono le nostre fatiche nel riconoscere Gesù risorto all’interno della nostra vita? Quand’è che le novità ci spaventano, come fossero una cosa impossibile? Quando invece a limitarci è la paura che le cose possano essere troppo belle? Chiediamo al Signore che ci doni la sua forza, per poter ricominciare senza stancarci la nostra lotta contro l’incredulità.

Don Raffaele

Non siamo ancora una comunità

Un seme di Vangelo (Gv 20, 19-31)
Tommaso con la sua domanda pretenziosa, “Perché io no?” mette se stesso davanti alla comunità. Vive il rifiuto della loro parola e l’ostinazione di mettere se stesso davanti a tutti gli altri. Non crede agli amici, non dà fiducia ai fratelli.
Non accetta che la comunità sia il luogo in cui si dice una parola differente da quanto lui pensa, non accetta il giudizio degli altri, è ostile al punto di vista della sua comunità…, né accetta che la comunità sia il luogo che Gesù ha costituito per perdonare i peccati: lui vuole mettere il dito nel posto dei chiodi, la mano nel costato. Vuole dire: solo Gesù – morto e ora come dite risorto – può perdonare, non la comunità, nessun altro ha questo potere.
Gesù, invece, ha costituito la comunità luogo di giudizio e occasione di perdono.
“Luogo di giudizio” non vuole dire “luogo di condanna”: il giudizio è quella parola, quella presa di posizione che indica dove sia la luce e quali siano le tenebre. La comunità di chi crede in Gesù è il luogo che indica la luce e aiuta a vincere le tenebre, se ne accettiamo la parola. Noi siamo comunità cristiana quando sappiamo dare e accogliere il giudizio dei fratelli. Darlo non è facile: richiede coraggio, verità, dolcezza; accoglierlo non è facile: richiede umiltà, fiducia, rinnegamento di sé. Davvero siamo “comunità”, cioè gruppi/parrocchie capaci di dare il giudizio e riceverlo?
Occasione di perdono non vuole dire luogo in cui ci si va a confessare.
La comunità è occasione di perdono quando dentro di essa le ferite vengono chiamate con il loro nome, con coraggio e senza falsificare il senso delle cose; quando dentro di essa si attivano percorsi di riconciliazione in cui si riconosce il male, lo si prende a carico, si propone un percorso di uscita, ci si prende cura delle vittime come degli aguzzini; quando al suo interno i rapporti ripartono perché il perdono si è accordato e si è accolto e la vita diventa nuova, senza dimenticare il male, ma non lasciandosi più sconfiggere da esso.
Se un gruppo, una parrocchia diventa luogo di giudizio e di perdono allora diventa una comunità. Lì si vede Gesù risorto in mezzo a noi!
Se no è solo una società, un’organizzazione, un’associazione. Ecco perché spesso le nostre parrocchie non sono veramente “comunità cristiane”, ma in esse funzionano gli stessi meccanismi di ogni altra società mondana.
Se sappiamo tra di noi dare il giudizio e riceverlo; se sappiamo articolare percorsi di perdono e accoglierlo, allora diventiamo quello che ancora non siamo: cioè una comunità. Allora incontriamo colui che mai abbiamo veduto: Gesù risorto. Allora saremo beati, perché avremmo creduto senza aver veduto e tuttavia avendo fatto l’esperienza di Gesù risorto, del suo Spirito in noi, del suo perdono, della vita nuova.

don Ivo

Il volto di Dio e il volto degli uomini

ARTICOLO SEME DEL VANGELO 25 marzo 2018 (Mc 14, 1 – 15, 47)

Marco ha un progetto chiaro nella costruzione del suo Vangelo: dire che Gesù è colui che ci mostra il vero volto di Dio. Per tutto il Vangelo Gesù lotta contro i fraintendimenti di quanti – discepoli, folle, potenti, capi religiosi – vorrebbero un dio (con la ‘d’ minuscola) a loro misura: potente, a servizio dei propri desideri, facile da corrompere con la promessa di ‘buone azioni’. Il Dio di Gesù è completamente fuori da questi canoni, è un Dio scandaloso, animato da una passione per l’uomo tale da portarlo a dare la vita; così, per tutto il Vangelo Gesù vieta a chiunque di chiamarlo Figlio di Dio, preferisce definirsi Figlio dell’uomo. Giunto alla fine, lungo il racconto della passione, le cose cambiano. Gesù dice poche parole, ma tra queste – ben due volte! – svela la sua identità con chiarezza: ‘Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto? Sì, lo sono!’. Ora non è più possibile fraintendere, ora il volto di Dio splende con chiarezza.

E mentre il volto di Dio si rivela, viene alla luce anche ciò che è contenuto nel cuore dell’uomo. È impressionante ascoltare il ventaglio di sentimenti che la presenza di Gesù scatena: c’è una rabbia esplosiva, cattiva, straripante; è la rabbia dei sacerdoti che finalmente possono mettere le mani su Gesù e farne ciò che vogliono; è la rabbia stupida e dozzinale dei soldati, che se possono accanirsi contro un inerme lo fanno senza pietà; è la rabbia della folla, che agisce seguendo la corrente e senza chiedersi il perché. E insieme a questa rabbia c’è l’illusione – che poi diventa paura e fuga – di Pietro; c’è la pesantezza dei discepoli che non riescono a tenere gli occhi aperti; c’è la vigliaccheria di Giuda, che tradisce con un bacio. Il volto di Dio che si svela fa emergere il male contenuto nel cuore dell’uomo. Come è possibile opporsi a questa marea che monta e sommerge tutto?

Marco è molto fine nel rispondere. Ci sono due personaggi positivi, uno all’inizio e uno alla fine. C’è la donna che decide di eccedere e rompe un vaso di profumo pregiatissimo per cospargerne Gesù; c’è Giuseppe di Arimatea che rompe gli indugi e trova il coraggio di presentarsi a Pilato per reclamare il corpo del Signore e metterlo nella tomba scavata per sé. Sono segni piccoli, come piccolo è il segno di donazione fatto da Gesù nell’ultima cena con l’offerta del pane e del vino; questi segni, però, parlano di una vita nuova che cova anche là dove sembra essere sconfitta. Non è un caso che proprio un pagano, il centurione, sveli l’identità di Gesù (‘quest’uomo era figlio di Dio’) e che l’ultimo spazio narrativo sia dedicato alle donne che guardano il luogo della sepoltura e aspettano; saranno proprio loro a certificare che questa storia non è finita e che il male del cuore umano non ha vinto.

Io credo che come cristiani dobbiamo chiederci due cose in questa settimana santa: qual è il volto ‘malato’ che emerge in me stando davanti alla passione di Gesù? In quali aspetti mi ribello davanti ad un Dio così? E ancora: quali segni di vita colgo nel mondo che mi circonda? Quali piccoli indizi mi suggeriscono che Dio è all’opera nella storia con le sue energie di risurrezione?

Buona settimana santa a tutti!

Don Raffaele

L’amore nel seme che muore

Un seme di Vangelo (Gv 12, 20-33)
I greci, che volevano sapere chi è Gesù, sono invitati a comprendere il mistero della croce. È interessante notare come per farsi conoscere e svelare la sua persona, Gesù parli della croce. Il mistero da comprendere è dunque la croce. Ma la croce è divenuta, a volte nel nostro modo comune di intendere, semplicemente sinonimo di fatica, di sofferenza e di fallimento. La croce è ben altro. È la manifestazione dell’amore di Dio, della sua comunione e della sua solidarietà nei nostri confronti. Gli scritti di Giovanni ne offrono una testimonianza abbondante: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito» (3,16); «Non c’è amore più grande di chi dona la vita per i propri amici» (15,13).
Come in tutto il vangelo di Giovanni, Gesù parla della croce in termini di gloria: «Quando sarò innalzato», «quando sarò glorificato». La croce è gloria, purché si intenda la gloria dell’amore, non certo la gloria della potenza. Sulla croce vediamo un amore forte, ostinato, che gli uomini cercano di scoraggiare ma che non si lascia scoraggiare. Tutto questo invita a scorgere Dio non anzitutto là dove c’è la potenza, la forza del genio, il fascino della bellezza. Ma là dove c’è l’amore, là dove c’è il seme che muore.
Il Cristo non è sceso dalla croce con schiere di angeli per imporre la sua verità. Non ha usato la sua potenza di Figlio per sottrarsi al rifiuto. Si è affidato alla libertà degli uomini, ha lasciato loro la possibilità di dire sì e di dire no. Tutti si aspettavano un Dio che, proprio perché tale, si imponesse a tutti. Invece Dio ha preferito la via dell’amore che rispetta la libertà, che è il segno obbligato di ogni vero amore.

don Bruno Maggioni

Salvezza o condanna

ARTICOLO SEME DEL VANGELO 11 marzo 2018 (Gv 3, 14-21)

Il Vangelo di Giovanni usa parole a cui non siamo molto abituati, ci sono tanti discorsi, come quello di questa domenica; eppure racconta la vita in un modo così diretto che non è possibile sbagliarsi.

‘Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui’. È verissimo: chi ama è capace di donare! Chi ama accetta di rischiare, di dare in anticipo, di fare un’offerta gratuita all’altro. L’amore non sta a calcolare, perché il calcolo è sempre il frutto della grettezza del cuore; l’amore quando è autentico non si accontenta di mezze misure, è una proposta che prende tutta la vita. Questo – dice Giovanni – è ciò che prova Dio per l’uomo, una passione sconfinata che lo porta a farsi vicino in modo totale, che lo porta a rompere ogni distanza e ad entrare appieno nella nostra vita. Davanti ad un’immagine di Dio come giudice, come inquisitore, come ‘grande occhio’ che fruga in tutto ciò che facciamo, il Vangelo ricorda che Dio vuole a tutti i costi la nostra salvezza, non la nostra condanna.

Eppure, le parole successive sembrano smentire questa offerta e ributtarci sull’idea di un giudizio inappellabile e spietato: ‘Chi crede in lui non è condannato, ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio’. Bella forza! Se io obbedisco mi salvi, se io non credo mi condanni! Questo Dio sembra molto simile a noi, che diciamo di voler bene finché l’altro fa ciò che vogliamo, ma se prova a contraddirci …

In realtà noi sappiamo che anche queste parole sono verissime. L’amore, infatti, richiede sempre una risposta: se è positiva, allora la storia va avanti e cresce la comunione; se è negativa, la relazione muore perché io mi taglio fuori. Quando uno si dichiara, non si può più far finta di niente. È come se Giovanni, ricordando le parole di Gesù, ci dicesse: ‘adesso la palla passa a te, come vuoi rispondere? Vuoi scegliere di starci o preferisci dire che non ti interessa?’.

La vera domanda è dunque su di noi. Sì, perché spesso siamo noi che non vogliamo stare nella relazione, che preferiamo stare in una zona grigia, accettando la relazione fino ad un certo punto, per non perdere completamente l’altro ma per non rinunciare ai nostri piccoli ‘terreni di caccia’. Così è con Dio, ma così è anche con le persone che amiamo. E quando succede questo, sperimentiamo che non c’è salvezza, c’è solo una mezza vita con mezzi sì e mezzi no. ‘La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie’.

Salvezza o condanna, dunque, dipendono da noi.

Don Raffaele

Il mercato di Dio

Un seme di vangelo (Gv 2, 13-25)

Cacciando i mercanti dal tempio, Gesù compie un’azione simbolica. Non è un gesto aggressivo o violento. Anzi, Gesù riconosce la debolezza della sua parola e la manifesta accettando che il suo corpo sia distrutto dalla sua passione per Dio. I suoi stessi avversari comprendono che il suo gesto è profetico, che ha voluto dire qualcosa in nome di Dio… Gli chiedono pertanto un segno per provare che le sue affermazioni vengano davvero da Dio: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?”.

Gesù ha voluto dire che deve finire un certo modo di vivere la religione e il rapporto con Dio.

“Non fate della casa del Padre mio un mercato!” significa dire basta con quella religione che vuole comprare il favore di Dio, con sacrifici o offerte di denaro. Basta con quella religione che offre a Dio un agnello, ma non il proprio cuore. Fine di una religione che nel rapporto con Dio usa merci di scambio e non il dono di sé.

Una religione, in cui la grazia di Dio si compra, è un oltraggio a Dio stesso e un’offesa alla dignità dell’uomo.

Dio si offende di essere trattato così. E si offende ancor di più che noi uomini viviamo come mercanti o, peggio, come sudditi che devono pagare le tasse al loro sovrano, invece di vivere nella libertà dei figli.

Per questo Gesù è “arrabbiato”. Per la mancanza di libertà e di amore filiale.

La religione del mercato trasforma la grazia di Dio in un favore da comprare e il comportamento dell’uomo in un faticoso dovere, un tributo da versare.

Gesù ha sostituito la religione del mercato con un nuovo modo di vivere la fede: egli parlava del tempio del suo corpo. Non serve un tempio per incontrare Dio: ora c’è il corpo di Gesù, la sua umanità!

don Ivo

L’ascolto che trasfigura

ARTICOLO SEME DEL VANGELO 25 febbraio 2018 (Mc 9, 2-10)
Oggi viviamo in una società che ci ha abituato agli effetti speciali, ai colpi di scena e alle cose dal sapore un po’ ‘americano’. Nonostante ciò, l’episodio della trasfigurazione rimane sicuramente uno dei brani più affascinanti e misteriosi del Vangelo, perché è il racconto di testimoni che fanno un’esperienza unica e difficile da spiegare. Pietro, Giacomo e Giovanni diranno semplicemente che Gesù ‘fu cambiato d’aspetto’, che le sue vesti divennero bianchissime, che in quel momento si stava tanto bene da non voler più scendere dal monte e contemporaneamente si provava una paura folle. Cos’è stato questo episodio? E perché Gesù ha voluto con sé questi discepoli?
Io credo che una risposta semplice sia questa: è stato un momento di preghiera di Gesù, che lui ha voluto condividere con alcuni amici per rinforzarne la fiducia e aiutarli nei passi difficili da compiere. Il Vangelo ci dice più volte che Gesù si ritirava in solitudine, ma raramente ‘buca’ la sua intimità per mostrarcela; mi piace pensare che quando Gesù pregava succedesse proprio questo. In fondo, il racconto dice che Gesù ‘fu cambiato d’aspetto’, divenne radioso, si trovò non più solo ma in compagnia di Mosè ed Elia, rappresentanti di tutta la Scrittura … e credo che anche noi (in misura minore!) facciamo esperienze simili, quando l’incontro con alcune persone particolarmente importanti ci fa divenire radiosi, ci accende il volto, distende i nostri lineamenti; quando le persone ci parlano e noi riusciamo a vincere il muro della diffidenza; quando sentiamo di poterci ‘riposare’ sulla presenza dell’altro. Anche noi viviamo momenti in cui il nostro volto viene trasfigurato!
Una conferma di ciò è la voce finale del Padre, la sua Parola definitiva: ‘Questi è il mio Figlio amato, ascoltate lui!’. Gesù sperimenta di esser amato dal Padre, gode della sua parola, la sente una presenza viva (Mosè ed Elia) con cui confrontarsi continuamente, anche nelle sfide più difficili … è questa la preghiera di Gesù. E come l’ascolto del Padre trasfigura il volto di Gesù, così i discepoli sono chiamati a lasciarsi cambiare dall’ascolto della sua parola. ‘Ascoltate lui’, cioè ascoltate la sua umanità, le sue scelte coraggiose, la sua fatica e la sua speranza di uomo. Questo è il cammino del discepolo, che conduce al dono della vita e alla risurrezione.
Mi chiedo allora: a chi do ascolto? Chi sono le persone che mi permettono di ‘trasfigurare’ il mio volto? La preghiera è per me questo luogo di formazione dell’identità, di discussione e di obbedienza fiduciosa, oppure è qualcos’altro?

Don Raffaele

Entrare in alleanza con Dio

Un seme di Vangelo (Mc 1, 12-15)

Il vangelo della prima domenica di quaresima ci ricorda come si costruisce un’alleanza, che non nasce da un contratto o da uno scambio, ma piuttosto da una proposta, da uno sbilanciamento verso l’altro. Certamente in ogni alleanza c’è il desiderio di essere corrisposti, di essere riconosciuti e amati, ma nella consapevolezza che questo può avvenire solo nella gratuità e nella libertà.

Questo comporta una componente di rischio, di amare per primi accettare, cioè, di non essere corrisposti o addirittura di essere traditi; talvolta semplicemente non si viene compresi, come quando si compie un gesto per un altro che non è capace di coglierne la portata e il significato.

Alleanza in questo caso significa “sbilanciamento in avanti”, verso l’altro, piuttosto che verso noi stessi, è la promessa di rimanere fedeli all’altro anche se questi non sarà sempre all’altezza dei miei desideri o non sarà capace di rispondere come desidero.

Gesù ha proposto agli uomini l’alleanza e lo ha fatto con coraggio, in tempi difficili. Lo ha fatto gratuitamente, senza aspettarsi per forza la risposta. Lo ha fatto giocando in anticipo, proponendo alla libertà di ciascuno di credere/non credere.

Il Vangelo è per chi azzarda, per chi accetta il rischio di “credere al buio”.

L’annuncio del Regno di Dio allora non è qualcosa di illusorio: è l’annuncio di una gioia possibile, di un dono sperimentabile non fuori dalla vita, ma dentro la vita concreta che conduciamo. E’ il dono di una presenza viva, unificante, consolante, di un amore che dà forza, speranza, vita nuova dentro la tribolazione. La fede è quindi un’integrazione tra la lotta interiore e la gioia spirituale.

Scrive san Paolo ai Corinti (2 Cor 1, 3-5)3 Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, 4 il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. 5 Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione”.

Noi vogliamo solo la consolazione dalla fede. E se viene la tribolazione, allora ci chiediamo: “Dov’è Dio?”. Invece san Paolo ci avverte che Dio lo dobbiamo cercare nella tribolazione per avere consolazione e che non esiste una consolazione priva di tribolazione. Siamo ancora in cammino: l’importante è che accanto alle bestie selvatiche ci siano gli angeli.

don Ivo

La forza della trasgressione

ARTICOLO SEME DEL VANGELO DOMENICA 11 febbraio 2018 (Mc 1, 40-45)

Così potremmo intitolare il Vangelo di questa domenica. Sì, perché nel racconto nessuno segue le regole imposte, ma fa esattamente il contrario. Il primo a trasgredire la legge è il lebbroso. Stando alle indicazioni del Levitico (la prima lettura che ascolteremo), chi si ammala deve rimanere lontano, isolato, gridando a tutti di tenersi a distanza; quest’uomo invece fa il contrario, avvicinandosi a Gesù e buttandosi ai suoi piedi. Ma anche Gesù trasgredisce. Toccare un lebbroso significava contaminarsi con lui, diventare a propria volta lebbrosi; la forza della sua compassione invece lo porta a non trattenersi, a rompere le distanze e a toccare il malato, per guarirlo. Infine, la persona purificata non tace, contravvenendo al comando di Gesù, e racconta a tutti ciò che gli è successo. Questo picco di popolarità non desiderata porta il Signore a vivere in qualche misura la condizione del lebbroso, costringendolo a rimanere in luoghi isolati per la troppa fama.

Perché queste trasgressioni? Io credo che la risposta ce la dia il racconto stesso: scegliere di vivere in modo non rassegnato significa scrivere una storia nuova, che non sappiamo dove ci condurrà. Il lebbroso in fondo desidera solo una cosa: vivere. E l’occasione data dal passaggio di Gesù è qualcosa da non perdere. Poteva aspettare in modo fatalistico un miracolo dal cielo (la legge in fondo prescriveva questo), e invece sceglie di andare incontro al Signore e supplicarlo. Nel fare ciò rompe un tabù, forse anche interiore, come succede a tante persone malate che preferiscono non esporre la parte più ferita di sé. Ma anche Gesù sceglie la vita, come tante volte il Vangelo ci racconta. Davanti alla sofferenza di questo uomo lo percorre un fremito incontenibile – quello che noi chiamiamo compassione -, la stessa forza che poi lo porta a mandare via in malo modo l’uomo guarito. Gesù stava entrando in città, aveva un suo progetto, ma questo incontro sconvolge tutto. E non è possibile fermare la voce di uno che viene guarito: quando noi viviamo una liberazione importante dobbiamo dirlo a tutti, fa parte del nostro essere uomini, con le conseguenze che ciò comporta.

Questo Vangelo non racconta dunque di un miracolo – cosa possibile solo a Gesù -; racconta piuttosto la scelta di non vivere da rassegnati, racconta la forza della trasgressione, racconta la disponibilità a lasciarsi cambiare dall’incontro con l’altro e a vedere i propri progetti stravolti.

Mi chiedo: c’è questa forza in noi? C’è la forza della compassione? C’è la forza di rompere alcuni tabù che non ci permettono di incontrare veramente le persone e le loro storie, di farci contaminare da loro e di lasciare che la nostra vita cambi?

Don Raffaele