Ecco faccio una parrocchia nuova, non ve ne accorgete?

Il nostro ritiro di Avvento “Ecco faccio una parrocchia nuova, non ve ne accorgete?”

Il tre dicembre ci siamo ritrovati per il ritiro di Avvento con una nuova formazione, come direbbe Don Raffaele: San Pio X, San Lazzaro e Regina Pacis insieme per riflettere sulla parrocchia e sulla “novità di Dio” nell’esperienza quotidiana di ciascuno di noi.
E anche il quotidiano di Don Ivo, di Don Raffaele e di Padre Gianluca ci ha accompagnato nelle riflessioni. Le loro difficoltà di quest’anno, i cambiamenti avvenuti che costano fatica, ma aiutano a riflettere su ciò che di nuovo si apre per la propria vita e per la propria comunità parrocchiale.
Don Ivo ha detto di come si è sentito “in inverno”, solo, quando don Raffaele si è trasferito a San Lazzaro, ma anche di come ha accolto con gratitudine il tempo nuovo dell’arrivo in S. Pio di Don Marco, un prete giovane da far crescere, un dono che responsabilizza lui e la comunità.
Don Raffaele ha vissuto un momento faticoso nel passaggio alla parrocchia di San Lazzaro, con responsabilità maggiori e scelte da fare da solo. Ma è anche un tempo di speranza, ricco di stili di relazione diversi, che fanno crescere.
Padre Gianluca sta costruendo una chiesa nuova, una difficoltà progettuale ed economica enorme, ma anche un progetto spirituale, di come fare comunità e non solo di come costruire un edificio.
Le nostre tre parrocchie sono in cammino, alla ricerca di nuovi spazi da aprire che non sono solo spazi fisici, ma anche interiori.
L’Avvento è tempo di nuovo inizio, di attesa carica di speranza. C’è un avvento per le nostre parrocchie e per noi? Possiamo chiederci a quale nuovo inizio ci invita il Signore, così come se lo sono chiesti i nostri presbiteri? Quali spazi dobbiamo aprire in noi e quali curiosità dobbiamo tenere vive per accogliere il nuovo e per far sì che il tempo di Dio parli nei nostri giorni?
Don Raffaele ha parlato di una nuova parrocchia attraverso il testo di Isaia (Is 43, 16-21) che racconta di un popolo che è lontano da casa (Israele) e spera di tornare a casa.

Il brano parla del passato, del presente e del futuro di questo popolo, e questi sono anche i tempi della nostra vita, e contiene due appelli:

1- non ricordare più le cose passate
2- vedere il nuovo che germoglia
Sembra ci sia una contraddizione sulla necessità di pensare al passato e allo stesso tempo di non ricordarlo. Ognuno di noi ha bisogno di ripercorrere la propria storia, per essere consapevole della propria identità, perché quando perdiamo la nostra identità ci accorgiamo che siamo in balia di tutto. Il passato però è solo una via che deve aprirci al futuro: non si può restare ripiegati sul passato, il tempo della nostra promessa è il futuro, è il tempo della resurrezione.

Don Raffaele ci dice che questo brano gli ha fatto venire in mente tre tentazioni, sia personali che comunitarie, e su queste abbiamo fatto un momento di preghiera personale e di silenzio:
1- La tentazione del “Bisogna”. Quella di un presente in cui si naviga a vista, senza progettualità, senza prospettiva, senza identità. Bisogna che qualcosa si faccia, senza che pensiamo a che cosa serve e dove ci porta. Eppure noi sappiamo che non possiamo vivere il presente se non sappiamo porci domande sul nostro passato e sul nostro futuro. Dobbiamo chiederci perché facciamo certe cose? in che direzione vogliamo andare? Perché prendiamo una certa decisione?
2- La tentazione che si può definire con il motto “squadra che vince non si cambia”. Questa è la tentazione di un passato che alla fine invade il futuro. Non c’è bisogno di fare cose nuove perché le vecchie hanno funzionato. Invece a volte la squadra smette di vincere e noi non ce ne accorgiamo. La comunità che non fa cose nuove non ha voglia di futuro.
3- La tentazione del “so già tutto io”. Questa è la tentazione di un futuro arrogante, che non vuole appropriarsi del passato. La tentazione del so tutto io impedisce di ascoltare.

Forse le tre tentazioni di cui ci ha parlato Don Raffaele sono anche alla base del processo di desertificazione della parrocchia.

— fine prima parte —

IN-FORMA MENTIS

Il CIRCOLO DELL’AMICIZIA SAN PIO X, organizza il 2° Corso “IN-FORMA MENTIS”: ALLENAMENTO MENTALE E FISICO.

Obiettivi del 2° Corso: il progetto di allenamento della mente e del corpo è rivolto a persone sane con più di 60 anni, ed è un intervento volto alla prevenzione del decadimento cognitivo ed allo sviluppo di contesti di promozione del benessere, oltre che a costituire un importante strumento di socializzazione e aggregazione. Informazioni più complete sono riportate nella scheda progetto da chiedere al Circolo dell’Amicizia.

Modalità di attuazione del corso. Il corso sarà tenuto c/o il Circolo dell’Amicizia Parrocchia SAN PIO X Modena, da: Dr.ssa Petra Bevilacqua, psicologa-psicoterapeuta e Dr.ssa Tagliaferri Daniela, terapista della riabilitazione; entrambe con esperienza nell’ambito degli interventi nella persona anziana. Coordinamento dr. Andrea Fabbo.

Collaborazione con Anteas Modena e Associazione G. P. Vecchi Modena.

Per una buona riuscita degli interventi, l’attività si svolge mediante incontri di gruppo con un massimo di 18 partecipanti per gruppo. Ogni gruppo verrà condotto da entrambe le professioniste sopra citate.

L’iscrizione si effettua ogni martedì (non festivo) dalle ore 15,30 alle ore 17,15 c/o il Circolo dell’Amicizia S. Pio X (ingresso da Piazzetta S. Murialdo) entro: il 16 gennaio 2018.  Gli 8 incontri si svolgeranno nella giornata di venerdì, a partire: dal 2 febbraio 2018 e termineranno il 23 marzo 2018 (compreso). Il primo turno si svolgerà dalle h. 16,00 alle h. 18,00  il secondo dalle h. 17,00 alle h. 19,00.

Nella settimana precedente, in data da confermare agli iscritti al corso, verranno fatte le valutazioni individuali per costituire i gruppi. Ad ogni partecipante è richiesto un contributo di 70 euro per la partecipazione all’intero pacchetto di 8 incontri.

Per informazioni scrivere a: pozzi.sergio@alice.it

Stories dal Consiglio Pastorale di S. Lazzaro

Martedì 28 novembre si è riunito il CPP a S. Lazzaro. Alcuni membri del Consiglio non hanno potuto partecipare, ma con chi c’era si è lavorato bene. Tra i vari temi in discussione, due hanno occupato maggiormente la ‘scena’: la verifica sulla messa unificata e il percorso vicariale sulla parrocchia. Nel resoconto che scrivo voglio soffermarmi solo sul primo argomento, per poterlo raccontare in modo dettagliato.
Dopo due mesi dall’avvio della celebrazione unitaria, ci siamo interrogati sull’andamento di questa iniziativa. La mia proposta è stata di non dire semplicemente gli aspetti positivi o i limiti riscontrati, ma di raccontare per immagini il modo con cui ciascuno vive la celebrazione – oggi si direbbe che abbiamo fatto delle stories -. Il motivo è semplice: il racconto permette di accedere ad un livello affettivo ed emozionale che va ben al di là dei freddi ragionamenti. Quando racconto, permetto a chi mi ascolta di prender parte alla mia storia ed entrare nei miei affetti, di ‘guardare le cose con i miei occhiali’. Ciò vale in modo speciale per la messa, che è fatta apposta per andare al di là del registro intellettuale: nella messa tutti i sensi vengono coinvolti e il fatto stesso di celebrare qualcosa porta all’interno di un mondo simbolico più vicino alla dimensione affettiva che a quella razionale. Del resto, anche Gesù amava inventare racconti per far entrare i suoi ascoltatori nella logica rivoluzionaria del Vangelo … Raccolgo dunque quattro immagini che ci hanno colpito, provando poi a spiegarne il senso. La prima è quella di un’assemblea molto varia, con tanti genitori che stanno accanto ai bambini; non le ‘solite facce’, ma persone che si affacciano alla vita della comunità nell’occasione del catechismo dei figli; un’assemblea all’inizio rumorosa, ma con il passare del tempo sempre più ‘capace’ di vivere la celebrazione in modo ordinato. A questa immagine generale se ne collega un’altra, più particolare: un papà seduto sulle sedie in presbiterio con suo figlio in braccio, per aiutarlo a partecipare meglio nell’ultima messa celebrata insieme. Ancora: una terza scena è quella dei bambini che si mettono in fila per ricevere la benedizione sulla fronte insieme ai ragazzi e agli adulti che fanno la comunione. Questi bimbi attendono il momento, desiderano esser partecipi di ciò che la comunità adulta vive; e alcuni genitori dietro di loro si commuovono al gesto della benedizione. Da ultimo, l’immagine degli uomini incaricati alla questua, accompagnati dai bimbi come nonni insieme ai nipoti, uno di fianco all’altro davanti all’altare.
Cosa dicono questi ‘racconti’? Che si è rotto un muro tra le generazioni. La forza della messa unificata è questa. Naturalmente siamo solo all’inizio e tante cose ancora non girano alla perfezione; si è sottolineato che alcuni rischiano di rimanere fuori da una celebrazione troppo ‘rumorosa’, meno raccolta, più confusionaria … a tutti però è chiaro che l’opportunità per la nostra comunità è grande. Si può costruire una celebrazione che faccia realmente spazio alla diversità, senza dover settorializzare tutto – una messa per il catechismo, una per gli adulti, una per le famiglie, una per gli anziani … – con il rischio di frammentare la comunità e di star bene solo perché non incontro mai gente diversa da me. La stessa parola del celebrante è parsa una parola alla portata di tutti, non tanto per i contenuti più facili o più difficili, ma perché all’interno dell’unica messa c’è spazio anche per i diversi stili celebrativi mio e di p. Giuliano.
Al Consiglio, pertanto, è parso necessario continuare su questa strada, cercando di costruire un clima sempre più armonico e consapevole di ciò che si vive. Sentiamo anche l’importanza di integrare pian piano chi al momento ha meno spazio: le famiglie con bimbi piccoli, che a volte sono un po’ ‘relegate’ nella cappella feriale; quanti non si sentono a loro agio in una messa sicuramente più festosa ma forse meno raccolta. In buona sostanza, c’è ancora molto lavoro da fare.
A margine di questa riflessione, si è parlato anche di un eventuale spostamento della messa domenicale delle 8.30 alle 9.00. E’ una richiesta che più di una persona mi ha rivolto, facendomi notare che senza la messa delle dieci non c’è più la necessità di un orario così ‘mattiniero’. Ne parleremo con le persone che abitualmente frequentano quella messa, per capire quale sia la soluzione migliore per tutti.

Don Raffaele

USCITA DI CO.CA. – EDUCARCI AD EDUCARE

Sabato e domenica la comunità capi del Modena 5 si è finalmente ritrovata per la prima uscita dell’anno. Per prima cosa il sabato pomeriggio, insieme agli altri capi di Modena, abbiamo partecipato all’Assemblea di Zona: Padre Roberto del Riccio ci ha presentato il percorso che l’Agesci nazionale ha proposto a tutti i suoi educatori, “Il discernimento: un cammino di libertà”. Per essere buoni educatori dobbiamo prima di tutto riconoscere chi è il Signore per noi, imparare a leggere il nostro vissuto e decidere in quale direzione orientare le nostre vite. E questo percorso per noi è già cominciato ad ogni riunione con le lectio di Don Raffaele e Padre Giuliano che ogni volta ci interrogano…su di noi, la nostra fede, i nostri punti di forza e le nostre fragilità. Abituarsi via via ad un confronto sempre più sereno e autentico sarà per noi sicuramente un modo per rafforzare la nostra comunità all’interno della comunità parrocchiale.

Certo nel resto dell’uscita nella meravigliosa atmosfera di Rocca Santa Maria, il fare comunità è passato anche dalla tavola (non ci siamo fatti mancare gnocco fritto e caldarroste!) e dai piedi (la domenica abbiamo avuto l’occasione di fare due passi al Sasso delle Streghe). Continuiamo così allora, cercando di mettere sempre di più nel nostro zaino strumenti utili per la nostra vita di adulti e il nostro servizio educativo!

Barbara

PRIMA GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Domenica XXXIII del Tempo Ordinario
19 novembre 2017

Di seguito il messaggio di papa Francesco in occasione della giornata mondiale dei poveri da lui voluta e istituita per questa domenica 19 novembre 2017. Ricordiamo a tal proposito che questo pomeriggio verrà inaugurato il nuovo centro diurno della Caritas della diocesi di Modena. Dalle ore 17.00 presso la chiesa di San Bartolomeo (in centro storico, via dei Servi 13) si terrà l’inaugurazione alla presenza del vescovo don Erio Castellucci e del prof. L. Bruni (professore ordinario di economia politica presso UMSA)

«Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1 Gv 3,18).[…] Un tale amore non può rimanere senza risposta. Pur essendo donato in maniera unilaterale, senza richiedere cioè nulla in cambio, esso tuttavia accende talmente il cuore che chiunque si sente portato a ricambiarlo nonostante i propri limiti e peccati. E questo è possibile se la grazia di Dio, la sua carità misericordiosa viene accolta, per quanto possibile, nel nostro cuore, così da muovere la nostra volontà e anche i nostri affetti all’amore per Dio stesso e per il prossimo. In tal modo la misericordia che sgorga, per così dire, dal cuore della Trinità può arrivare a mettere in movimento la nostra vita e generare compassione e opere di misericordia per i fratelli e le sorelle che si trovano in necessità. «Questo povero grida e il Signore lo ascolta» (Sal 34,7). Da sempre la Chiesa ha compreso l’importanza di un tale grido. Possediamo una grande testimonianza fin dalle prime pagine degli Atti degli Apostoli, là dove Pietro chiede di scegliere sette uomini «pieni di Spirito e di sapienza» (6,3) perché assumessero il servizio dell’assistenza ai poveri. È certamente questo uno dei primi segni con i quali la comunità cristiana si presentò sulla scena del mondo: il servizio ai più poveri. Tutto ciò le era possibile perché aveva compreso che la vita dei discepoli di Gesù doveva esprimersi in una fraternità e solidarietà tali, da corrispondere all’insegnamento principale del Maestro che aveva proclamato i poveri beati ed eredi del Regno dei cieli (cfr Mt 5,3). […] A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta» (2,5-6.14-17). Ci sono stati momenti, tuttavia, in cui i cristiani non hanno ascoltato fino in fondo questo appello, lasciandosi contagiare dalla mentalità mondana. Ma lo Spirito Santo non ha mancato di richiamarli a tenere fisso lo sguardo sull’essenziale. Ha fatto sorgere, infatti, uomini e donne che in diversi modi hanno offerto la loro vita a servizio dei poveri. Quante pagine di storia, in questi duemila anni, sono state scritte da cristiani che, in tutta semplicità e umiltà, e con la generosa fantasia della carità, hanno servito i loro fratelli più poveri! […] Non pensiamo ai poveri solo come destinatari di una buona pratica di volontariato da fare una volta alla settimana, o tanto meno di gesti estemporanei di buona volontà per mettere in pace la coscienza. Queste esperienze, pur valide e utili a sensibilizzare alle necessità di tanti fratelli e alle ingiustizie che spesso ne sono causa, dovrebbero introdurre ad un vero incontro con i poveri e dare luogo ad una condivisione che diventi stile di vita. Infatti, la preghiera, il cammino del discepolato e la conversione trovano nella carità che si fa condivisione la verifica della loro autenticità evangelica. E da questo modo di vivere derivano gioia e serenità d’animo, perché si tocca con mano la carne di Cristo. Se vogliamo incontrare realmente Cristo, è necessario che ne tocchiamo il corpo in quello piagato dei poveri, come riscontro della comunione sacramentale ricevuta nell’Eucaristia. Il Corpo di Cristo, spezzato nella sacra liturgia, si lascia ritrovare dalla carità condivisa nei volti e nelle persone dei fratelli e delle sorelle più deboli. Sempre attuali risuonano le parole del santo vescovo Crisostomo: «Se volete onorare il corpo di Cristo, non disdegnatelo quando è nudo; non onorate il Cristo eucaristico con paramenti di seta, mentre fuori del tempio trascurate quest’altro Cristo che è afflitto dal freddo e dalla nudità» (Hom. in Matthaeum, 50, 3: PG 58). […] Non dimentichiamo che per i discepoli di Cristo la povertà è anzitutto una vocazione a seguire Gesù povero. È un cammino dietro a Lui e con Lui, un cammino che conduce alla beatitudine del Regno dei cieli (cfr Mt 5,3; Lc 6,20). Povertà significa un cuore umile che sa accogliere la propria condizione di creatura limitata e peccatrice per superare la tentazione di onnipotenza, che illude di essere immortali. La povertà è un atteggiamento del cuore che impedisce di pensare al denaro, alla carriera, al lusso come obiettivo di vita e condizione per la felicità. E’ la povertà, piuttosto, che crea le condizioni per assumere liberamente le responsabilità personali e sociali, nonostante i propri limiti, confidando nella vicinanza di Dio e sostenuti dalla sua grazia. La povertà, così intesa, è il metro che permette di valutare l’uso corretto dei beni materiali, e anche di vivere in modo non egoistico e possessivo i legami e gli affetti. […]

Conosciamo la grande difficoltà che emerge nel mondo contemporaneo di poter identificare in maniera chiara la povertà. Eppure, essa ci interpella ogni giorno con i suoi mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte e dalle schiavitù, dall’esilio e dalla miseria, dalla migrazione forzata. La povertà ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro. Quale elenco impietoso e mai completo si è costretti a comporre dinanzi alla povertà frutto dell’ingiustizia sociale, della miseria morale, dell’avidità di pochi e dell’indifferenza generalizzata! […] Tutti questi poveri – come amava dire il Beato Paolo VI – appartengono alla Chiesa per «diritto evangelico» (Discorso di apertura della II sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II, 29 settembre 1963) e obbligano all’opzione fondamentale per loro.. […] Invito la Chiesa intera e gli uomini e le donne di buona volontà a tenere fisso lo sguardo, in questo giorno, su quanti tendono le loro mani gridando aiuto e chiedendo la nostra solidarietà. Sono nostri fratelli e sorelle, creati e amati dall’unico Padre celeste. Questa Giornata intende stimolare in primo luogo i credenti perché reagiscano alla cultura dello scarto e dello spreco, facendo propria la cultura dell’incontro. Al tempo stesso l’invito è rivolto a tutti, indipendentemente dall’appartenenza religiosa, perché si aprano alla condivisione con i poveri in ogni forma di solidarietà, come segno concreto di fratellanza. Dio ha creato il cielo e la terra per tutti; sono gli uomini, purtroppo, che hanno innalzato confini, mura e recinti, tradendo il dono originario destinato all’umanità senza alcuna esclusione. […] A fondamento delle tante iniziative concrete che si potranno realizzare in questa Giornata ci sia sempre la preghiera. Non dimentichiamo che il Padre nostro è la preghiera dei poveri. La richiesta del pane, infatti, esprime l’affidamento a Dio per i bisogni primari della nostra vita. Quanto Gesù ci ha insegnato con questa preghiera esprime e raccoglie il grido di chi soffre per la precarietà dell’esistenza e per la mancanza del necessario. Ai discepoli che chiedevano a Gesù di insegnare loro a pregare, Egli ha risposto con le parole dei poveri che si rivolgono all’unico Padre in cui tutti si riconoscono come fratelli. Il Padre nostro è una preghiera che si esprime al plurale: il pane che si chiede è “nostro”, e ciò comporta condivisione, partecipazione e responsabilità comune. In questa preghiera tutti riconosciamo l’esigenza di superare ogni forma di egoismo per accedere alla gioia dell’accoglienza reciproca.

I 4 passi: incontro di preparazione al sacramento della riconciliazione

E’ stato un pomeriggio molto bello. Merito dei coordinatori e di tutto il gruppo, che anche in questa occasione ha partecipato attivamente… anche i nostri bambini sono stati bravi e attenti. Grazie a tutti per questo cammino davvero speciale che stiamo facendo…

Scarica l’approfondimento dei 4 passi che compongono il sacramento della riconciliazione e il Vangelo che abbiamo letto.

 

La missione al cuore della fede cristiana

Ottobre mese missionario: in relazione anche al tema proposto dal nostro vescovo (“La parrocchia chiesa pellegrina tra le case”) viene di seguito proposta la riflessione di papa Francesco sul significato profondo della missione

Cari fratelli e sorelle,

[…] la Chiesa è missionaria per natura; se non lo fosse, non sarebbe più la Chiesa di Cristo, ma un’associazione tra molte altre, che ben presto finirebbe con l’esaurire il proprio scopo e scomparire. Perciò, siamo invitati a porci alcune domande che toccano la nostra stessa identità cristiana e le nostre responsabilità di credenti, in un mondo confuso da tante illusioni, ferito da grandi frustrazioni e lacerato da numerose guerre fratricide che ingiustamente colpiscono specialmente gli innocenti. Qual è il fondamento della missione? Qual è il cuore della missione? Quali sono gli atteggiamenti vitali della missione?

La missione della Chiesa, destinata a tutti gli uomini di buona volontà, è fondata sul potere trasformante del Vangelo. Il Vangelo è una Buona Notizia che porta in sé una gioia contagiosa perché contiene e offre una vita nuova: quella di Cristo risorto, il quale, comunicando il suo Spirito vivificante, diventa Via, Verità e Vita per noi. È Via che ci invita a seguirlo con fiducia e coraggio. Nel seguire Gesù come nostra Via, ne sperimentiamo la Verità e riceviamo la sua Vita, che è piena comunione con Dio Padre nella forza dello Spirito Santo, ci rende liberi da ogni forma di egoismo ed è fonte di creatività nell’amore.

Dio Padre vuole tale trasformazione esistenziale dei suoi figli e figlie; trasformazione che si esprime come culto in spirito e verità, in una vita animata dallo Spirito Santo nell’imitazione del Figlio Gesù a gloria di Dio Padre. «La gloria di Dio è l’uomo vivente» (Ireneo, Adversus haereses IV, 20, 7). In questo modo, l’annuncio del Vangelo diventa parola viva ed efficace che attua ciò che proclama, cioè Gesù Cristo, il quale continuamente si fa carne in ogni situazione umana.

La missione della Chiesa non è, quindi, la diffusione di una ideologia religiosa e nemmeno la proposta di un’etica sublime. Molti movimenti nel mondo sanno produrre ideali elevati o espressioni etiche notevoli. Mediante la missione della Chiesa, è Gesù Cristo che continua ad evangelizzare e agire, e perciò essa rappresenta il kairos, il tempo propizio della salvezza nella storia. Mediante la proclamazione del Vangelo, Gesù diventa  sempre nuovamente nostro contemporaneo, affinché chi lo accoglie con fede e amore sperimenti la forza trasformatrice del suo Spirito di Risorto che feconda l’umano e il creato come fa la pioggia con la terra. «La sua risurrezione non è una cosa del passato; contiene una forza di vita che ha penetrato il mondo. Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano ad apparire i germogli della risurrezione. È una forza senza uguali» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 276).

Ricordiamo sempre che «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est, 1). Il Vangelo è una Persona, la quale continuamente si offre e continuamente invita chi la accoglie con fede umile e operosa a condividere la sua vita attraverso una partecipazione effettiva al suo mistero pasquale di morte e risurrezione. Il Vangelo diventa così, mediante il Battesimo, fonte di vita nuova, libera dal dominio del peccato, illuminata e trasformata dallo Spirito Santo; mediante la Cresima, diventa unzione fortificante che, grazie allo stesso Spirito, indica cammini e strategie nuove di testimonianza e prossimità; e mediante l’Eucaristia diventa cibo dell’uomo nuovo, «medicina di immortalità» (Ignazio di Antiochia, Epistula ad Ephesios, 20, 2).

Il mondo ha essenzialmente bisogno del Vangelo di Gesù Cristo. Egli, attraverso la Chiesa, continua la sua missione di Buon Samaritano, curando le ferite sanguinanti dell’umanità, e di Buon Pastore, cercando senza sosta chi si è smarrito per sentieri contorti e senza meta. E grazie a Dio non mancano esperienze significative che testimoniano la forza trasformatrice del Vangelo. Penso al gesto di quello studente Dinka che, a costo della propria vita, protegge uno studente della tribù Nuer destinato ad essere ucciso. Penso a quella celebrazione eucaristica a Kitgum, nel Nord Uganda, allora insanguinato dalla ferocia di un gruppo di ribelli, quando un missionario fece ripetere alla gente le parole di Gesù sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», come espressione del grido disperato dei fratelli e delle sorelle del Signore crocifisso. Quella celebrazione fu per la gente fonte di grande consolazione e tanto coraggio. E possiamo pensare a tante, innumerevoli testimonianze di come il Vangelo aiuta a superare le chiusure, i conflitti, il razzismo, il tribalismo, promuovendo dovunque e tra tutti la riconciliazione, la fraternità e la condivisione.

La missione ispira una spiritualità di continuo esodo, pellegrinaggio ed esilio

La missione della Chiesa è animata da una spiritualità di continuo esodo. Si tratta di «uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 20). La missione della Chiesa stimola un atteggiamento di continuo pellegrinaggio attraverso i vari deserti della vita, attraverso le varie esperienze di fame e sete di verità e di giustizia. La missione della Chiesa ispira una esperienza di continuo esilio, per fare sentire all’uomo assetato di infinito la sua condizione di esule in cammino verso la patria finale, proteso tra il “già” e il “non ancora” del Regno dei Cieli.

La missione dice alla Chiesa che essa non è fine a sé stessa, ma è umile strumento e mediazione del Regno. Una Chiesa autoreferenziale, che si compiace di successi terreni, non è la Chiesa di Cristo, suo corpo crocifisso e glorioso. Ecco allora perché dobbiamo preferire «una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze» (ibid., 49).

I giovani sono la speranza della missione. La persona di Gesù e la Buona Notizia da Lui proclamata continuano ad affascinare molti giovani. Essi cercano percorsi in cui realizzare il coraggio e gli slanci del cuore a servizio dell’umanità. «Sono molti i giovani che offrono il loro aiuto solidale di fronte ai mali del mondo e intraprendono varie forme di militanza e di volontariato […]. Che bello che i giovani siano “viandanti della fede”, felici di portare Gesù in ogni strada, in ogni piazza, in ogni angolo della terra!» (ibid., 106). La prossima Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si celebrerà nel 2018 sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, si presenta come occasione provvidenziale per coinvolgere i giovani nella comune responsabilità missionaria che ha bisogno della loro ricca immaginazione e creatività.

[…]Cari fratelli e sorelle, facciamo missione ispirandoci a Maria, Madre dell’evangelizzazione. Ella, mossa dallo Spirito, accolse il Verbo della vita nella profondità della sua umile fede. Ci aiuti la Vergine a dire il nostro “sì” nell’urgenza di far risuonare la Buona Notizia di Gesù nel nostro tempo; ci ottenga un nuovo ardore di risorti per portare a tutti il Vangelo della vita che vince la morte; interceda per noi affinché possiamo acquistare la santa audacia di cercare nuove strade perché giunga a tutti il dono della salvezza.

A conclusione di un lungo cammino…

Domenica scorsa abbiamo celebrato la Cresima dei nostri ragazzi.

La messa è stata officiata da don Raffaele: è stata una bella cerimonia, semplice, accompagnata da bei canti. Il nostro gruppo non era numeroso (20 ragazzi) e quindi la chiesa non era gremita di gente, come spesso è capitato, soprattutto in occasione della prima comunione. Certo, un po’ ci è mancato il calore della nostra comunità, ma questo ci ha anche permesso di vivere ogni momento tranquillamente, senza fretta, senza confusione; i ragazzi sono stati protagonisti fin dall’inizio, con la processione, poi durante la preghiera dei fedeli e durante l’offertorio, quando hanno ricordato i personaggi che ci hanno accompagnato in questo ultimo anno, i doni ricevuti dallo Spirito Santo e gli oggetti che abbiamo scelto come simboli.

E’ terminato un ciclo che ci ha impegnato per molto tempo: cinque anni sono lunghi, abbiamo visto i bambini diventare ragazzi, e qualcuno ci ha abbandonato durante il percorso; abbiamo sentito la fatica dell’impegno in alcuni momenti, ma ci siamo sentite parte di una comunità, riscoprendo persone che ci hanno dato un aiuto in momenti inaspettati.

Lasciamo a tutti voi le parole con cui abbiamo salutato i nostri ragazzi.

“Cari ragazzi, ecco, finalmente è finito il catechismo!

Quello che abbiamo fatto con voi è stato un cammino lungo (quando abbiamo iniziato eravate proprio piccoli!), pieno di incognite, a volte faticoso, ma che ci ha rimesso in gioco, che ci ha portato a ripensare a momenti importanti della vita cristiana.

Ma, dopo tanti sacrifici, inizia per voi adesso il periodo più bello! Ve ne renderete conto diventando grandi.

E’ un po’ come a scuola. Quanto è stato faticoso imparare a leggere! Adesso, però, avete la possibilità di leggere i libri che più vi piacciono, di immedesimarvi in storie meravigliose, di volare con la fantasia nei luoghi più lontani.

Nello stesso modo, crediamo di avervi dato la possibilità di far parte di una comunità e di avervi reso responsabili di un annuncio che porta salvezza a tutti quelli che vi incontreranno. Avete la possibilità di scegliere se continuare con i vostri genitori questo cammino che avete cominciato con noi, o se buttare alle ortiche quello seminato in questi anni.

Per quanto riguarda voi genitori, abbiamo cercato di farvi capire che la nostra parrocchia non è solo sede di distribuzione di servizi religiosi, ma un luogo di partecipazione comunitaria, contesto naturale per l’assimilazione della fede.

State vicino ai vostri figli, in questo momento in cui loro “prendono il volo”; continuate a lavorare per renderli sempre più capaci di esprimere quei doni che lo Spirito Santo ha posto in loro; ritornate protagonisti, per dare voi l’esempio di cui avranno bisogno nel futuro.”

Simona e Margherita

Che cosa è essenziale (e che cosa non lo è?) nella vita della parrocchia?

Incontro con il vescovo Erio, 19 ottobre 2017

Il Vescovo inizia commentando il Vangelo di Mt 5, 13-15: Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

Gesù pensando alla chiesa non fa appello ad immagini forti, e invece il sale trova il suo senso nello scomparire, nel sciogliersi; la luce trova il suo scopo nel mettere in risalto l’altro da sé. Sono due elementi “deboli” che non attirano su di sé l’attenzione. Sale e luce non possono diventare insipidi o bui, ma non possono dominare: è anche un questione di dosaggio. I cristiani devono “dosare” la loro presenza nel mondo, per evitare di scomparire (essere troppo timidi), ma anche evitare di essere arroganti e voler dominare: è un equilibrio non facilissimo in cui la chiesa è caduta nella sua storia.

E’ quindi utile partire dalla domanda “in negativo” e cioè: Che cosa non è una parrocchia?

– non è “camomilla”: la comunità che si appoggia comodamente sul parroco, sul collaboratore è “parrococentrica”: gli organismi parrocchiali sono solo una “cassa di risonanza” del parroco. Se il parroco è un imbuto che deve fare tutto gli altri sono passivi. Si torna allo schema (storicamente obsoleto) del ministro (attivo) e i laici (passivi);

– non è “pepe della terra”: il pepe irrita, è segno del conflitto, dove tutti vivono in un’eterna gara senza riconoscere il dono dell’altro: il suo dono sarebbe un attentato al mio dono! Molti conflitti nascono dalle invidie, dal guardare male l’altro. E’ una mentalità egocentrica. Occorre evitare conflitti e irritazioni inutili;

– non è “cipolla della terra”, per far piangere la gente e provocare tristezza. Occorre che siamo comunità accoglienti e gioiose. Anche quando deve organizzare, celebrare vive una gioia che è diversa dall’allegria: è più profonda. La parola “gioia” è imparentata a “grazia”. L’allegria sono le fronte, la gioia sono le radici. Occorre evitare l’ansia del numero e delle prestazioni.

In positivo una parrocchia è una comunità nella quale impariamo ad apprezzare i doni di tutti e gli organismi di partecipazione, i consigli sono soprattutto luoghi di comunione. Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte definisce la parrocchia “casa di comunione”. Infatti la prima forma di missione è la comunione. E’ il luogo nel quale si testimonia la gioia di essere cristiani, in particolare a coloro che vivono situazioni di fatica e di disagio. In tal senso occorre ristabilire l’importanza dei ministeri nella comunità cristiana: in particolare i diaconi che tengono sveglia la comunità cristiana sulla questione della povertà.

Numerose sono state le domande rivolte dall’assemblea e il vescovo, nell’impossibilità di rispondere a tutte, ha provato ad unificarne alcune. Un gruppo di domande è caratterizzato dal tema della corresponsabilità.

Se guardiamo alla storia della chiesa osserviamo che ci sono quattro modelli nel rapporto tra pastori e laici:

– i “laici supplenti” (quello più clericale): “finché ce la faccio devo fare io le cose, quando non ce la faccio più mi farò aiutare”. Il consiglio pastroale è soltanto consultivo, perché la parrocchia “deve essere del parroco”. Non è responsabilità comune, ma il laico è un “cerotto”;

– i “laici delegati” (sviluppato da Papa Pio XI negli anni 20-30 per rilanciare l’Azione cattolica): è un mandato come “partecipazione” alla gerarchia ecclesiastica, poi alcuni laici, per formazione, responsabilità e doni, possono essere prolungamenti dell’azione della gerarchia;

– i laici “collaboratori” (con il Vaticano II): molto più che supplenti e delegati, anche se indirettamente ancora in una posizione di “subordinarietà;

– i “laici corresponsabili” (oggi): non si interviene per eseguire un progetto, ma chi è corresponsabile interviene nell’elaborazione del progetto. Pensate ad un CPP fatto di soli collaboratori o di corresponsabili: nel primo caso il parroco decide il progetto (festa, impianto del catechismo… e chiede: “chi è che fa questo?” per collaborare). Nel secondo caso si lavora insieme a impostare tutte le cose fin dall’inizio: si interviene in fase di progettazione: è il “discernimento comunitario”.

Il discernimento comunitario è la possibilità per tutti di esprimersi dal loro punto di osservazione. E non importa che non si abbia la preparazione teologica del prete o il sacramento dell’ordine: quello che importa è la connessione delle sfumature che nasce dal sacramento del battesimo che tutti hanno ricevuto e dalla professionalità e storia che ciascuno può mettere in gioco per leggere la situazione.

Un altro gruppo di domande verteva sul tema dell’organizzazione della parrocchia. La parrocchia non è unoi “stato-nazione” che deve seguire una determinata forma di governo: non è “deliberativa” (risponde ad una idea democratica, in cui si decide sulla base della maggioranza), non è solo “ascoltiamo tutti e poi tanto decido io”, ma piuttosto un modello nuovo e “misto”. Ha principi “monarchici” (es. il papato), ma ci sono tratti democratici (es. l’elezione del papa nel concistoro). La parrocchia è una “comunione sinodale”, cioè una comunione in cui si cammina insieme uniti. Come quando si va in montagna: chi guida non prende la corsa lasciando gli altri nel pericolo, ma tenere insieme tutti. Gesù non è un monarca e nemmeno un “presidente della Camera”: la sua logica è il “se vuoi”.

Infine si è approfondito il tema del parroco e della sua funzione all’interno di una parrocchia , funzione sempre più complessa. Il pastore “lancia avanti” la comunità, ma fino a che punto se si concentrano in lui tre dimensioni: quella profetica, quella sacerdotale e quella pastorale? Nell’AT le tre funzioni furono distinte, forse unite idealmente nella figura di Davide. E Gesù riunisce di nuovo le tre linee: ma in quale si colloca soprattutto Gesù? Ma lui si è collocato soprattutto in quella profetica, lo si vede nella critica forte alla classe sacerdotale!, e critica anche un certo modo di gestire il potere. Eppure diciamo che Gesù è il grande “sommo sacerdote” (Ebr) e anche il “buon pastore” (Gv). Uno dei compiti dei pastori è quello di dosare bene queste dimensioni, a seconda dei momenti, delle situazioni: il compito del sacramento dell’ordine è di presiedere la liturgia, ma non di sacralizzare la comunità; è di annunciare la parola, e questo significa anche esercitare una critica di tutto ciò che è sacralizzante; è di guidare la comunità, di incoraggiare (e quindi anche di amministrare, con il pericolo di schiacciare il prete).

CHI AMA “NON STA IN POLTRONA”

PAPA FRANCESCO: CHI AMA “NON STA IN POLTRONA”   SABATO 14 OTTOBRE 2017

Una giornata radiosa, in tutti i sensi, quella che attendeva a Roma Lisetta, Franca, Pina, Paola e Gabriella con la figlia Chiara, la nostra mascotte, della Conferenza di San Vincenzo de Paoli che appartiene alla parrocchia di san Pio X.

Lo scopo del viaggio era partecipare ad un simposio in occasione dei 400 anni della San Vincenzo: una tre giorni a Roma piena di eventi e celebrazioni che culminava sabato mattina con l’udienza papale. Il nostro gruppo di San Pio X , per vari motivi, ha preso parte “ solamente” all’udienza con il Papa, e con questo breve racconto, vorremmo condividere le sensazioni ed emozioni ancora vivissime.

Un’alba stupenda, che ha illuminato Via della Conciliazione e la basilica di San Pietro colorandola di calda luce, anche se la temperatura era ancora freschina, ha ripagato di una sveglia piuttosto mattiniera.

Nonostante l’ora, Piazza San Pietro era già molto animata; la famiglia vincenziana si stava radunando da tutto il mondo e stava riempiendo la piazza di voci e colori. Intorno a noi l‘eco di tante lingue diverse: italiano, spagnolo, inglese, arabo, francese… Tante etnie, tanti modi di vivere la carità, tante esperienze diverse e tante bandiere riunite sotto un unico desiderio: quello di condividere i nostri poveri tentativi di dimostrare con i fatti l’amore per i fratelli meno fortunati di noi.

L’attesa dell’incontro con il Papa è stata densa di testimonianze che hanno toccato il cuore di tutti: una rappresentante della San Vincenzo siriana che ha raccontato la quotidiana sfida con la morte sperimentata durante la guerra, pur di non rinunciare alla loro missione; alcune famiglie di Amatrice e Accumuli che hanno tanto ringraziato la San Vincenzo per non averle mai abbandonate e infine la presentazione di un progetto molto ambizioso ma bellissimo, che tenterà di dare la casa ad una percentuale altissima di senza tetto nei prossimi anni. Fra un intervento e l’altro tanta musica e lo spettacolo degli 11000 che poco a poco ha riempito gran parte di Piazza San Pietro.

Verso mezzogiorno poi, accompagnato da canti spontanei di benvenuto, l’arrivo di Papa Francesco. Nonostante l’accoglienza quasi da rock star, quell’uomo vestito di bianco, è arrivato sorridente, umile, uomo fra uomini.

Con una voce non troppo ferma ha poi iniziato un discorso breve ma intenso, seguito in un silenzio assoluto: 11000 persone che non hanno fiatato. In poco più di 15 minuti Papa Francesco ci ha illuminato sulla strada da seguire: ADORARE – mai rinunciare allo spazio per la preghiera, ACCOGLIERE – senza paura, e ANDARE – uscire da noi stessi, dalle nostre case, dalle nostre parrocchie per rimanere sempre in cammino.

L’incontro è terminato con la benedizione, il saluto da parte di Papa Francesco e il suo abbraccio ad un bambino che era riuscito ad avvicinarlo. E alla fine, ognuno di noi ha portato in cuore queste parole con la speranza e la volontà di metterle in pratica.

Per chi si sentisse di fare sue le parole del Papa “Adorare, accogliere, andare sono i tre verbi dello spirito vincenziano ma valgono per tutti”, iniziare questo cammino e conoscere meglio l’attività della Conferenza della San Vincenzo de Paoli, ecco un invito a partecipare agli incontri che si tengono alle 17 del terzo mercoledì di ogni mese presso la Parrocchia di San Pio X – sala con ingresso in Via Bellini.