Il virus che uccide anche i riti per celebrare il mistero della morte

Svolto per entrare in un Viale Verdi. Sono già abbastanza turbato per la veloce benedizione funebre che ho fatto poco fa, alla Casa Residenza San Giovanni Bosco. Salutare in fretta, in obbedienza alle normative vigenti, ha qualcosa che è ben più che irrispettoso: ha un sapore disumano. Continuo il pellegrinaggio del dolore altrui e mi sento ora ancora più coinvolto: conosco bene la famiglia che sto per visitare e percepisco ancora più lancinante la spogliazione dal mio ordinario linguaggio e dai gesti consueti per dire “arrivederci”.

Gli uomini dell’agenzia funebre mi hanno preceduto. Nei pochi minuti di attesa qualcuno si affaccia alle finestre o ai balconi per partecipare, come è possibile, a questo surreale momento di saluto.

Anche i familiari della defunta, che risiedono nel palazzo di fronte, non scendono: sono in quarantena perché nell’azienda del marito qualcuno è positivo al coronavirus.

Guardo dal basso in alto per salutare questa famiglia, addolorata per una ferita che tutti sappiamo essere lacerante, e mi sento impotente, carico di una frustrazione muta: eccoli espropriati anche della possibilità di dare un luogo al loro dolore, delle parole condivise, una forma umana, dolce, tenera nei gesti e nei riti che di solito si vivono nei funerali. La scelta di una pagina del Vangelo che risuoni portatrice di una promessa, la preghiera espressa da qualche amico, un tenero saluto dei nipotini che ricordano le torte della nonna e i suoi scherzi, la sorpresa di ritrovarsi accanto tanti volti amici, talvolta presenze inattese, che versano sul cuore ferito il balsamo della consolazione. Tutto è negato, ucciso dal virus cattivo che ci costringe ad estreme precauzioni.

Nel tetro silenzio del viale questo non sembra un “arrivederci”, ma un “addio”. Per creare un contatto recito la mia preghiera al telefono, in modo che dal terzo piano i familiari sentano le parole e possano rispondere. Poco dopo, il carro funebre fa uno strano percorso prima di avvicinarsi a san Cataldo: lo scopo è di passare sotto la casa della sorella perché essa possa, dalla finestra, far cadere un fiore.

Cosa ne è della nostra umanità quando anche i riti per vivere la morte ci sono sottratti? Mentre ritorno triste verso casa e penso a come avrei voluto piangere anche io assieme a loro e abbracciare quei bambini, mi dico che mai più un rito potrà essere per noi qualcosa di formale, di scontato. Questa dura esperienza ci insegna che i riti – laici o religiosi che siano – sono decisivi per dare forma alla nostra umanità. E’ attraverso di essi che viviamo la speranza e diamo senso alla vita. Anche alla morte: sono essi che ci permettono di vincerla e di non lasciarci sconfiggere. E’ attraverso di essi che possiamo dirci “arrivederci” e non “addio”.

don Ivo Seghedoni