Un seme di Vangelo: Lc 9, 11b-17 

La festa del Corpus Dominici ricorda che c’è un cibo che ci permette di non morire di fame lungo i deserti della vita, c’è un cibo che ci permette di non diventare noi deserto e terra inospitale. Il vangelo ci ricorda che esiste un pane di vita, che ci toglie dalle secche dell’egoismo, che riaccende le nostre speranze e che ci permettere di continuare a vivere: Gesù è questo cibo!

In occasione del Corpus Dominicorriamo sempre il rischio di ridurre l’eucaristia ad un pane “magico”, a una cosa da guardare estatici e immobili, quasi fosse un reperto archeologico da chiudere dentro ostensori dorati e da ammirare. Proprio la parola del vangelo, ci impedisce di fare dell’eucaristia un oggetto da museo. L’eucaristia non è un pane morto o un reperto archeologico, ma un pane vivo, spezzato e donato. L’eucaristia non è primariamente questione di tabernacoli, di incensi e di baldacchini, ma è segno di una vita spezzata e versata per amore, perché ciò che salva non è la liturgia rituale, ma la liturgia della vita (Cfr. Rom. 12).

Il rischio di un’eucarestia adorata, ma non condivisa è che potrebbe far nascere in noi una fede che ci induce a vivere in un mondo ideale, a vivere nello spazio dell’immunitas: ci si può illudere di essere senza contraddizioni, nutrendo così un’immagine falsa di sé. È invece la vita concreta e la condivisione con la comunità che mi obbliga al confronto, a vedere le contraddizioni mie e altrui e ad uscire dalle mie false sicurezze. La vita comune e la compromissione con gli altri è certamente faticosa, abitata da dolorose verità e da grandi tentazioni: la conoscenza dei propri limiti e la constatazione che ciascuno di noi sa fare bene molte meno cose di quante pensava; la tentazione di imputare agli altri le cause dei nostri mali; la concorrenza e la competitività, il giudizio sull’altro. Proprio la vita insieme smaschera le nostre ambiguità. Questo è però possibile nella misura in cui si sceglie di compromettersi con l’altro, diversamente si può persino trascorrere un’intera esistenza sotto lo stesso tetto senza mai incontrare gli altri e senza farsi incontrare. La comunità nasce dalla scelta di coinvolgersi.

don Ivo