Seme di Vangelo.
Dopo quel mattino al sepolcro, Maria di Magdala torna dai discepoli e annuncia «Ho visto il Signore!»; Pietro e Giovanni continuano a rimuginare: cosa sta accadendo? Quella stessa sera anche gli altri discepoli fanno questa esperienza, annunciano «Abbiamo visto il Signore!».
Tommaso fa parte di quella piccola comunità, ma non rimane fermo, non si lascia vincere dalla paura e non accetta di rimanere barricato dentro: lui ha il coraggio di uscire fuori. Forse proprio per questo ‘perde’ l’appuntamento. E proprio per questo suo carattere non accetta facilmente che gli altri discepoli dicano semplicemente che Gesù è vivo. I discepoli dicono che hanno visto chiaramente e personalmente il Sginore risorto, ne hanno fatto esperienza, e questo evento continua ad avere effetti anche adesso nella loro vita; Tommaso, giustamente, non può accontentarsi di un sentito dire: anche lui vuole farne esperienza concreta, vuole poter vedere e toccare, vuole che la sua vita cambi come quella dei suoi amici. Tommaso vorrebbe crederci, per questo non può accontentarsi; è bello questo coraggio di Tommaso che ha la libertà di dissentire, che osa ciò che sente, che ascolta e obbedisce alla sua coscienza più che adeguarsi a quello che gli altri gli dicono.
E’ vero che “a noi giovò più l’incredulità di Tommaso che non la fede degli apostoli” (Gregorio Magno). “Tommaso è un prezioso compagno di viaggio, come tutti quelli, dentro e fuori della chiesa, che vogliono vedere, vogliono toccare, con la serietà che merita la fede; tutti quelli che sono esigenti e radicali, e non si accontentano del sentito dire, ma vogliono una fede che si incida nel cuore e nella storia” (p. Ermes Ronchi).
Tommaso rivela una parte di ciascuno di noi, di quella zona dove albergano dubbi, perplessità, domande critiche; Tommaso non le considera un problema, un ostacolo alla propria vita o alla propria fede – esse sono proprio il motivo per cui la sua fede può crescere e maturare. Credo che Tommaso senta con sofferenza questa mancanza, gli bruci: infatti, nonostante la sua frase molto dura che pone una condizione imprescindibile perché lui possa credere, lui rimane dentro alla comunità, continua a vivere quei legami e sperimentare il travaglio di quei discepoli difficilmente credibili. Possiamo farci una domanda: la mia incredulità è un grido, un appello per cercare e incontrare più pienamente il Signore risorto? Oppure i dubbi le domande critiche diventano i motivi per cui allontanarsi e raffreddare il proprio desiderio? Accetto di pormi problemi di fede, di lavorarci sopra per ritrovare un rapporto più pieno con il Signore?

don Marco