ARTICOLO SEME DEL VANGELO 24 marzo 2019 (Lc 13, 1-9)

Il Vangelo di questa domenica è all’apparenza molto duro: due fatti di cronaca – uno dovuto alla cattiveria dell’uomo, l’altro a cause naturali – diventano per Gesù l’occasione per ammonire severamente i suoi interlocutori, invitandoli ad una conversione radicale. ‘Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo!’ – dice Gesù alle persone che gli chiedono il motivo dell’efferatezza di Pilato contro un gruppo di Giudei, uccisi proprio nell’atto di compiere il loro sacrificio a Dio.

Eppure questo Vangelo non è catastrofico e Gesù non è un predicatore apocalittico alla Girolamo Savonarola; la sua richiesta è semplicemente che impariamo a prendere sul serio il tempo della nostra vita. I fatti di cronaca possono scuoterci, come succedeva al tempo del Signore, ma non devono rimanere al livello del gossip, come tante volte accade. Piuttosto, devono diventare l’occasione per riflettere su come viviamo, sull’uso del nostro tempo, sulle scelte e le priorità che guidano le nostre giornate. Al tempo di Gesù avvenivano fatti brutali e così accade anche oggi (pensiamo a ciò che è accaduto la scorsa settimana in Nuova Zelanda); vi erano disastri come una torre crollata su 18 persone, e così è anche oggi (è la cronaca più quotidiana di tante incurie edilizie che provocano tragedie). Davanti a queste cose la gente si chiedeva quale colpa avessero commesso le persone morte, per cercare di arginare il proprio senso di insicurezza davanti al male o anche solo alla fragilità della vita umana; Gesù invece chiede loro di non mettere la testa sotto la sabbia, ponendosi la domanda ‘perché – e per chi – vivo’.

Questa domanda è anche per noi, è la domanda centrale che siamo chiamati a farci in questo tempo della quaresima. Anche per noi è facile derubricare i tanti fatti che sentiamo a notizie che passano, rimangono lontane da noi e toccano poco il nostro cuore; è facile soprattutto andare avanti facendo finta che tutto vada bene, senza troppe domande e con la testa persa nei nostri orizzonti ristretti e pressanti di tutti i giorni. A fare così, però, andiamo poco lontano.

Ecco perché il Vangelo presenta subito dopo la parabola del fico che non porta frutto. Questo fico siamo noi, e l’anno di misericordia che ci viene accordato per imparare a portare frutto è il tempo della nostra vita. ‘Lascialo ancora un anno’ – dice il contadino al padrone della vigna che voleva tagliare il fico. L’invito di Gesù è che noi prendiamo sul serio il tempo della nostra vita, perché non ci succeda di dover rimpiangere di aver vissuto senza profondità, senza una direzione, senza un frutto buono. ‘Ancora un anno’ è la misura della misericordia del Signore, della sua cura per la nostra vita che è molto preziosa.

Don Raffaele