Quale comunità rende visibile il Vangelo?

Don Giuliano Zanchi, santa Caterina, 12 aprile 2018

O la chiesa cambia, o muore.
Rischiamo di diventare una costituzione estetica o un parco tematico…
Occorre saper sollecitare l’emozione profonda degli esseri umani sulla proposta di Dio all’uomo.

Quali sono i criteri per ricostruire una comunità cristiana che corrisponda alla sua missione di sempre alle condizioni del presente?

1. Raccomandazione ricorrente (una sua parola d’ordine) di papa Francesco: “cristianesimo popolare”. Popolare vuol dire il cristianesimo per essere realmente evangelico non deve essere elitario, di pochi. Non è una selezione di individui intellettualmente attrezzati e moralmente ineccepibili (neo-pelagianesimo, neo-gnosticismo). No ad un cristianesimo che “si apparta”. La vita ha fame di cristianesimo, ma non di un cristianesimo militante, narcisista (di gruppo). E’ la tentazione di tanti movimenti, rispondere al ritrovarsi dentro una società liquida, ecc…, l’invenzione parrocchiale non permette che il cristianesimo si apparti, si ritiri, si concentri, ma resti dentro la massa, nel territorio.

2. Un cristianesimo popolare è presenza della testimonianza credente che sia capace di dare forma evangelica all’insieme delle esperienze che compongono la vita umana (non il tempo libero). La vita cristiana se non è vita non è neanche cristiana. La forma base della testimonianza credente è dare alla vita la forma del vangelo nel variegato ventaglio delle condizioni in cui si dà la vita. Sarà chi vive quell’esperienza (es. dare al mondo un figlio) che saprà dire che cosa significa dare forma del vangelo a questa esperienza.

3. Aiutarci a rivedere l’equazione con cui noi abbiamo identificato la vita cristiana con l’equivalenza a vivere esperienze religiose. Chi appartiene alla comunità? Quelli che fanno qualcosa nelle parrocchie. “Noi”, cioè quelli che fanno qualcosa per la parrocchia… La comunità in realtà sono sempre tutti, che sono presenti a “cerchi concentrici”. Anche se non sono il “centro incandescente” della comunità: è davvero così incandescente? Come far sì che la vita di chiunque possa diventare luogo di perfezione evangelica?

4. Occorre immaginare in modo rinnovato la comunità, che non sia un apparato di servizi religiosi. Non deve solo essere questo apparato organizzativo, ma il luogo dove l’ascolto della parola e il sacramento costruisca la comunione fraterna. “So poco del Signore, so poco del Vangelo… ma se vado lì capisco piano piano cosa sia il vangelo e come tocchi la mia vita”. Accettare diversi gradi di approssimazione all’appartenenza: il noi non è solo di chi fa qualcosa nella parrocchia. Chi fa qualcosa non lo fa per privilegio o una ragione per tracciare righe, limiti, confini, valutazioni… ci vuole una profonda educazione spirituale.

5. Occorre dare forma evangelica alle esperienze fondamentali della vita: ecco la competenza cristiana. Es. fare figli, gestire i soldi, vivere la politica e farlo evangelicamente. Questo non lo fa il parroco. Occorre relativizzare la concentrazione di ministero nella figura liturgica del prete. Il presbitero non ha la sintesi di tutti i carismi per “dire tutto di tutti”.

6. Una chiesa in dialogo permanente con la cultura (anche se spesso questa parola respinge). Se uno ha sete di novità l’ultimo posto dove andrebbe sono le nostre parrocchie. E’ a volte il luogo dove ci si rifugia nella consuetudine rinunciando alla mediazione culturale. La parola di Dio non può risuonare come significativa se non entra nello scambio simbolico con cui tutti gli uomini costruiscono la loro vita, la loro cultura. Noi siamo comunque dominati dalla cultura in cui viviamo. Occorre che ascoltiamo, che annusiamo l’aria e una “appartenenza che non si apparta”, con le 4 cose che ci diciamo tra di noi. Le nostre parole non sono rimaste un po’ indietro? O i nostri criteri con cui leggiamo le esperienze? Stare nella cultura come quel luogo in cui il vangelo può diventare occasione di elaborazione del senso. Altrimenti il cristianesimo diventa ideologia, cioè un “sapere ritirato in se stesso”.

7. Una chiesa che ascolta. L’arte ci fa capire che il cattolicesimo è fuori dal mondo: i luoghi religiosi sono i più inattuali della nostra società. Se una chiesa ascolta il mondo, allora in essa ci si ascolta e si diventa una chiesa “sinodale”. Noi abbiamo irrigidito la sinodalità in anelli discendenti gerarchizzati. Il Vaticano II aveva dato anche strumenti, forme di esercizio pratico per vivere la sinodalità, cioè i Consigli pastorali. Che cosa sono diventati? Vengono fatti funzionare? Rimangono spazi di formalità parrocchiali che non determinano veri effetti sulle linee pastorali e diventano “sfogatoi” in cui si portano i propri desideri o scoramenti, invece che luoghi in cui si progetta insieme.

8. Se sparissero tutte le donne da stasera a domattina nelle parrocchie rimarrebbe davvero ben poco: si salverebbe due terzi del consiglio affari economici, metà del consiglio pastorale e… il resto? Non ci sarebbe più nulla! Il 96% dei catechisti è donna! Molti preti avrebbero bisogno di essere rievangelizzati o rieducati. Occorre ridare parola al credente battezzato, per avere parola nella chiesa occorre onorare veramente questo compito, non fare uno sfogatoio di parole in libertà. Prendere parola nella chiesa richiede strumenti di discernimento e comprensione che ai fedeli comuni non sono forniti. Restituire parola significa mettere i credenti in condizione di usarla. “La chiesa che manca” (A. Matteo) sono le donne e il cristiano adulto.

La sensibilità del cattolicesimo di base sembra rimasta priva di un criterio per il discernimento personale. E quindi in fatica ad abitare la cultura di oggi per riconoscere gli stimoli autentici e le sue fastidiose provocazioni. Quali le sfide etiche e culturali del presente? I cristiani sono capaci di riconoscerle e di affrontarle? Come padroneggiarle con responsabilità personale secondo la facoltà profetica che il battesimo ci dona?
Un esempio forte: Humanae vitae ha consacrato un profondo divorzio tra la chiesa e il mondo femminile, che non ha protestato, ma ha detto “su questa materia mi arrangio” e non faccio più riferimento alle parole della chiesa.
Ecco il senso dello sforzo di Papa Francesco su Amoris Laetitia: insistere su una visione cristallizzata e incomunicante costringe tante persone a vivere le loro esperienze fuori dall’orizzonte del vangelo. E’ partita da lì la preoccupazione di dire: occorre rivedere la posizione pastorale di fronte alle situazioni difficili.

La presenza di cristiani adulti sarebbe quella di curare i processi di iniziazione dei bambini alla vita adulta intesa come cristiana: oggi questa è una cosa morta (!). Queste pratiche non funzionano più, sono una fabbrica di apostati di fatto. Si danno i sacramenti che saranno poi abbandonati. Ma verso quale sbocco sono dati i sacramenti? Quali adulti si trovano davanti questi bambini?

Posted in Approfondimenti.