Non avete mai letto?

Un seme di Vangelo (Mt 21, 33-43)

Sono analfabeti.

Eppure si tratta dei capi, dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo.

Si tratta di coloro che ritengono di conoscere Dio e di avere un’autorità sulla gente.

A questi Gesù dice di essere analfabeti.

“Non avete mai letto…?” chiede Gesù.

Nelle Scritture è chiara la rivelazione del volto di Dio.

Eppure questi capi dei sacerdoti e questi anziani del popolo, interrogati da Gesù mostrano di non conoscere Dio.

“Che farà il padrone della vigna, se viene rifiutato più volte?”

Passerà alla vendetta, rispondono.

No. Dio non è così.

Il Dio di Israele, rifiutato ripetutamente nei profeti che ha inviato non si stanca di tentare.

Alla fine ha mandato il Figlio per chiamare gli uomini a sé.

E davanti a questo rifiuto, Dio non si vendicherà, non farà giustizia alla maniera umana.

“Voi sembrate non aver mai letto”, dice Gesù.

Nella Scrittura, infatti, c’è scritto che Dio ricomincia sempre.

Ricomincia diversamente, ricomincia altrove.

Dio non si stanca e se un popolo non capisce, Dio comincerà di nuovo partendo dalla pietra scartata, da un popolo che non era stato chiamato, da altri cuori, interpellerà altre coscienze.

Dio farà una meraviglia: al male Dio risponde con un bene sorprendente, nuovo, altro.

L’amore di Dio è un amore a senso unico.

Dio ama il suo popolo e lo invita. Lo ama testardamente e prova e riprova, come fa chi davvero ama l’altro che non vuole rispondere.

Apparentemente questa è una debolezza di Dio.

Un Dio che si lascia rifiutare, un Dio che si lascia sconfiggere, un Dio che non passa alla vendetta: ecco il nostro Dio. Tutto il contrario da qualunque altra divinità che l’uomo abbia fabbricato con la fantasia e quindi a sua immagine, cioè violenta!

Un Dio così, che scommette sul Figlio e perde, sembra un Dio debole.

Un Dio che ama e continua ad amare sembra un Dio comodo.

Quante volte lo pensiamo: se Dio perdona infinitamente, posso infinitamente peccare!

Ma non è vero: la ragione della nostra condanna può essere proprio questo incondizionato amore che aumenta la nostra responsabilità nel non rispondere mai ad esso.

Più sei amato e più sei invitato a dire il tuo sì. Se ce ne approfittiamo per indurirci nel nostro no, ecco che ci verrà tolto quanto diamo per scontato. Non per vendetta, ma perché non lo abbiamo accolto. Il Regno di Dio può sfuggire di mano, non perché Dio si vendichi, ma perché l’amore cerca sempre il frutto.

C’è dunque una responsabilità nel rifiuto, nella non risposta che deve far pensare.

don Ivo

Alla ricerca del terzo figlio

ARTICOLO SEME DEL VANGELO 1 ottobre 2017 (Mt 21, 28-32)
Ascoltando la parabola di oggi, verrebbe da chiedersi: ‘Ma è proprio vero che i figli sono solo due? Non c’è una terza possibilità, un terzo figlio che dica sì e vada effettivamente a lavorare nella vigna?’. Sì, perché è difficile accettare di collocarsi dalla parte di colui che si ribella, quando in tanti momenti ci sforziamo di far bene tutte le cose; allo stesso modo, è pesante riconoscere in noi i tratti del figlio apparentemente ligio, perché il Vangelo ne mostra la profonda ipocrisia. E allora, perché non inventarsi un terzo figlio, più simile a noi nei nostri tentativi di seguire una strada buona?
Credo che il Vangelo, con questa alternativa così secca, voglia dirci che dentro ognuno di noi c’è il ‘no’; ognuno di noi ha chiusure, non voglia, opposizione … Il vero punto è cosa facciamo di questo ‘no’. Possiamo far finta di niente, ma il ‘no’ emergerà nei fatti; possiamo invece affermarlo apertamente, con il rischio dello scontro, ma forse questa onestà sarà la via per compiere un cammino di conversione. Gesù lancia una provocazione molto forte alla gente ‘per bene’ del suo tempo – scribi e farisei -: ‘pubblicani e prostitute vi passano avanti nel Regno dei Cieli’. Non è una frase di circostanza, è piuttosto una verità scandalosa, e credo che nessuno di noi accetterebbe di sentirla pronunciata su di sé. Invece per Gesù è così, non perché pubblicani e prostitute siano migliori, ma perché il loro ‘no’ è evidente, non sotterraneo, non mascherato da ‘sì’ … e tale condizione permette loro di sentire il peso del ‘no’ e desiderare un cambiamento di vita. La lotta più dura che il Vangelo ci racconta è proprio la lotta contro i ‘no’ sotterranei mascherati da ‘sì’, la lotta contro l’ipocrisia. Gesù non è mai spaventato dal peccato, qualunque esso sia, perché il peccato può esser perdonato; è essenziale però che esso venga alla luce, altrimenti continua a distruggere silenziosamente dall’interno la vita e le relazioni.
Mi chiedo allora: che ‘figlio’ siamo noi? Da quale ‘figlio’ sono composte le nostre comunità cristiane? Abbiamo il coraggio dell’onestà scomoda del Vangelo? O viviamo piuttosto un’appartenenza esteriore buona, dove i ‘no’ lavorano nell’ombra, esprimendosi magari come passività, poca puntualità, incapacità di vedere i bisogni di chi ci sta accanto?

Don Raffaele

Un Dio Ingiusto?

Un seme di Vangelo (Mt 20, 1-16)
Siamo in tanti a pensare che questo padrone sia ingiusto.
Com’è possibile trattare gli ultimi, che hanno lavorato un’ora soltanto, come i primi, che si sono affaticati per tutta la giornata? Non sarebbe stato più giusto fare una corretta proporzione?
La risposta del padrone ad uno degli operai della prima ora, poi, potrebbe anche trarci in inganno: “Tu sei invidioso perché io sono buono?”, dice il padrone.
Certo, questo padrone è buono.
Ma forse non è semplicemente buono.
A me pare che sia solo profondamente giusto. Di una diversa giustizia, però.
Un denaro al giorno, infatti, è la paga quotidiana ordinaria, quella che permette ad un uomo di assicurare a sé e alla sua famiglia il sostentamento. Un denaro al giorno è la somma necessaria e sufficiente a dare vita e dignità e vita a chi ha bisogno di mantenersi e di mantenere i suoi.
Il padrone a tutti vuole dare un denaro, anche a chi viene chiamato più tardi, all’ultimo momento.
Non fa torto a nessuno: con i primi ha concordato per un denaro, onorando quanto è giusto secondo i contratti dell’epoca. Ai secondi assicura: “quello che è giusto ve lo darò”. Non specifica meglio, ma fa una promessa affidabile. Poi chiama ripetutamente senza dare assicurazioni e tutti si fidano e vanno.
Con intelligenza il racconto fa iniziare il momento in cui si dà il salario dagli ultimi, che – sorprendendosi certamente – ricevono un denaro: tutto quello che serve per quel giorno!
I primi si aspettano di più, ma ricevono la stessa cifra: quella concordata, quella “giusta”.
Ma si arrabbiano, mormorano invidiosi perché il padrone ha un cuore grande con chi ha lavorato meno e quindi – pensano – avaro con loro che hanno faticato di più.
Ragionano sulla base di una giustizia distributiva, meritocratica: ovviamente lo fanno perché pensano di esser dalla parte del vantaggio… nella posizione opposta avrebbero avuto la stessa valutazione del gesto del padrone?
Il padrone ragiona sulla base di un’altra giustizia, che non fa classifiche di merito, una giustizia che non fa differenza tra figli e figliastri, che non ama di più i migliori e meno i peggiori, che vuole dare a tutti dignità, vita e pace. Quale genitori non ragiona così con i propri figli, pur sapendo chi ha faticato di più e chi di meno?

don Ivo

La restituzione impossibile

ARTICOLO SEME DEL VANGELO 17 settembre 2017 (Mt 18, 21-35)

‘Se il tuo fratello pecca contro di te’: questo era l’inizio del Vangelo della scorsa settimana, con l’invito di Gesù a percorrere la via della correzione fraterna. Oggi è Pietro a riprendere la stessa frase, per chiedere al Signore una parola sul perdono: ‘Se il mio fratello pecca contro di me quante volte dovrò perdonarlo? Fino a sette volte?’. E la risposta di Gesù è scioccante: ‘Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette!’. Com’è possibile accordare un perdono così totale, così ‘di cuore’ a chi mi fa del male?

Dietro questo comando all’apparenza impossibile, il Signore invita Pietro a cambiare prospettiva: non deve partire dalla sua buona volontà, ma dalla scoperta che lui per primo vive solo grazie al perdono ricevuto. La parabola del servo spietato, in fondo, racconta proprio questo. C’è un debito incalcolabile, che non può essere in alcun modo estinto; nemmeno la prigione e il pignoramento di tutti i beni potrebbe garantire una piena restituzione. L’unica possibilità di salvezza è il condono, che il padrone accorda al servo perché prova misericordia per lui. È questa premessa che rende disumano il comportamento del servo verso il proprio debitore; in fondo, se non conoscessimo la prima parte del racconto, diremmo che esigere i propri soldi era un suo diritto e che forse ha fatto bene ad esser così determinato. Il male di questo servo, la sua disumanità, è l’incapacità di tenere insieme i pezzi, di ricordare, di ‘sentire’ con il cuore la misericordia che ha ricevuto. E credo che una frase sintetizzi bene tutto ciò: ‘abbi pazienza con me, e ti restituirò ogni cosa’. E’ impossibile restituire un patrimonio così grande, nemmeno con tutto l’impegno, ma l’illusione di questa possibilità permette al servo di pensarsi come uno che non dipende dagli altri, che è padrone della sua vita.

Ascoltando questo Vangelo ho pensato che noi siamo proprio come questo servo: non possiamo riparare al male fatto, non c’è mai un esser ‘pari’; ciò che ci permette di vivere è il perdono di chi ci ama. Riconoscere questo ci apre alla misericordia verso gli altri, ci fa vivere con più ‘cuore’ le relazioni; illuderci che con il nostro impegno potremo rimediare, potremo farcela, ci rende invece disumani, molto concentrati su noi stessi e poco attenti agli altri, incapaci di tenere insieme i pezzi della nostra vita e dediti ad una giustizia che non porta nessuna salvezza.

Chiediamoci allora: chi sono le persone che con il loro perdono mi hanno fatto rivivere? E quando ho la tentazione di farcela da solo, ‘rimettendomi in pari’?

Don Raffaele

Lo scandalo di Pietro, lo scandalo di Gesù

SEME DEL VANGELO 3 settembre 2017 (Mt 16, 21-27)

Fa sempre impressione leggere in sequenza i Vangeli di queste due domeniche: la scorsa settimana Gesù lodava Pietro per il suo coraggio nel riconoscere in lui il Messia, dicendo addirittura ‘tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa’; oggi invece Gesù chiama Pietro ‘Satana’, lo sgrida con forza e gli impone di rimanere dietro di lui. Perché questo cambiamento così drastico dalla lode al rimprovero? Il Vangelo ce lo spiega molto chiaramente: perché Gesù è un Messia che scandalizza. E non scandalizza solo i benpensanti, gli esponenti di una classe religiosa che voleva mantenere invariati i propri privilegi; scandalizza prima di tutto i suoi amici, le persone più vicine, che per Gesù avevano scelto di lasciare tutto e cambiare vita. Sì, perché un conto è riconoscere che Gesù è il Messia, come fa Pietro; un altro è accettare che questo Messia non corrisponda alle proprie attese, ma le rovesci completamente. Laddove l’attesa è avere un riconoscimento, Gesù parla di rifiuto; laddove l’attesa è una garanzia per la propria vita, Gesù parla di ingiustizia e di morte. Non solo: dice che questa strada è necessaria! Credo che chiunque di noi, davanti a queste parole, avrebbe fatto la stessa cosa di Pietro: prendere in disparte Gesù – per rispetto alla sua figura – e spiegargli in bel modo che sta sbagliando tutto. Sì, perché la vita non va persa, ma preservata; è il nostro bene più prezioso, per il quale siamo disposti a fare qualsiasi sacrificio.

Noi non siamo diversi da Pietro, perciò le parole dure del Vangelo (‘tu mi sei di scandalo’!) sono anche per noi. Gesù mostra un volto scandaloso di Dio, un Dio al contrario contro il quale ognuno di noi si ribella continuamente. I nostri modi di ribellarci sono spesso ‘educati’, non aggressivi: selezioniamo accuratamente le parole da ascoltare e quelle da tralasciare, disinneschiamo la profezia del Vangelo sostituendola con le nostre abitudini, uniformiamo le nostre strutture ai ‘regni di questo mondo’ … esattamente come fa Pietro, che per sgridare Gesù lo porta in disparte e gli spiega dove sta sbagliando. Quando siamo così, anche noi diventiamo uno scandalo per il Signore, perdiamo la nostra carica di novità e impediamo che le persone vengano alla fede.

Chiediamoci allora: quand’è che la parola del Vangelo è per me scandalosa? ? E chi sono le persone che dicono parole che immediatamente mi urtano, ma sfidano la mia fede ad un cambiamento? Da ultimo: quando noi come Chiesa siamo uno scandalo per la fede degli uomini?

Don Raffaele

Vivere di fiducia o vivere di paura

ARTICOLO SEME DEL VANGELO 25 giugno 2017 (Mt 10, 26-33)

Il Vangelo di questa domenica ci lancia una domanda fondamentale: di cosa viviamo? Di fiducia o di paura? Con questo interrogativo potremmo tradurre l’appello che per tre volte Gesù lancia ai suoi amici: ‘Non temete!’. Non temete di affermare la verità, laddove prevale il parlare in segreto o dietro le spalle; non temete la violenza che si annida nel cuore delle persone e che a volte porta all’esito della violenza fisica; non temete di essere poco amati, poiché voi ‘valete più di molti passeri’.

È vero, ci sono tanti momenti in cui pensiamo a difenderci da ciò che temiamo più che a realizzare ciò che desideriamo; sentiamo che intorno a noi ci sono molte minacce – causate soprattutto dalle persone che ci circondano – e siamo sempre con le orecchie attente per evitare ‘incidenti’. Una parola di più che non si può dire, un gesto da fare che forse mi metterebbe allo scoperto davanti agli altri, una conferma da parte dell’altro che devo avere a tutti i costi … quante volte viviamo impelagati in dinamiche di poco respiro che ci tolgono ogni vitalità! Quante volte ci spendiamo nella costruzione di un nostro piccolo mondo sicuro, dove i problemi restino fuori e possiamo cullarci nelle nostre illusioni!

Gesù critica questo modo di fare e afferma che vivere di paura ci rende infedeli e ciechi. Diventiamo infedeli perché non abbiamo più la forza di affermare davanti alle persone ciò in cui crediamo (“chi mi rinnegherà davanti agli uomini …”), riducendoci così ad essere delle banderuole; diventiamo ciechi perché non riusciamo più a cogliere nella nostra vita i segni della premura di Dio verso di noi (“non temete, voi valete più di molti passeri”), finendo poi per mendicare l’approvazione di chi ci sta intorno attraverso mille piccoli stratagemmi. Quando noi viviamo nella paura è come se fossimo già morti, e questa è davvero la vittoria del diavolo, l’unica cosa che va temuta!

Chiediamoci dunque: cosa pongo a guida della mia vita? La fiducia che libera il desiderio, o la paura che soffoca il mio cuore e mi rende schiavo?

Don Raffaele

La fede non è devozione, ma passione!

Un seme di Vangelo (Gv 6, 51-58)

 Gesù parla di “mangiare masticando” la sua carne e di bere il suo sangue (vv. 53, 54, 56). Il suo è un linguaggio al limite della comprensione, un linguaggio di confine, sul baratro.

Tutto il contrario del nostro linguaggio.

A noi, di una certa età, è stato insegnato a deglutire l’eucarestia senza masticarla! Farlo sarebbe stato una mancanza di rispetto! E il pane eucaristico è un “pane celeste” da mangiare, sì, ma soprattutto da adorare circondato di ori, posto su pizzi e merlettati, onorato da incensi, circondato di drappi e condotto in trionfali processioni…

Quale confronto tra queste nostre tradizioni eucaristiche e la parola di Gesù?

Gesù sta dicendo: voi dovete assimilare la mia carne, il mio sangue, solo così avrete in voi la vita.

Non dovete onorarmi, adorarmi, maneggiarmi con devozione; dovete assimilarmi, facendo della mia carne, cioè della mia vita, dei miei sentimenti e gusti, delle mie azioni, delle mie parole il cibo da stritolare sotto i denti aguzzi delle vostre giornate e da ruminare nel trascorrere delle stagioni della vita.

Gesù è virile, non ci propone una fede da vecchierelle, ma da giovani appassionati!

Dov’è questo Gesù nelle nostre parrocchie?

La sua proposta di fede non è generalista, come quella del parroco; non è bambinizzata, come quella della catechista; non è intellettualista come quella del vescovo; né romantica come quella della nonna… Gesù, invece, ha una proposta di fede virile, appassionata, che prende le viscere, non soltanto convince la testa o accarezza il cuore.

Ha la vita eterna, dice infatti Gesù, chi mangia masticando la sua carne e beve il suo sangue (v. 54). Cioè chi mangia di di lui lo assimila e lo fa diventare carne e sangue del proprio corpo.

Questo linguaggio simbolico non va immediatamente “spiritualizzato”: al contrario, va accolto per il suo (crudo) realismo, per la sua provocante passionalità.

Gesù ci sta dicendo che noi diventiamo ciò che mangiamo.

Perché è vero che noi cresciamo quando la vita dell’altro è accolta e assimilata nella nostra vita. Allora “mangiando l’altro” noi cresciamo, cambiamo, diventiamo migliori. Nutrendoci dell’altro viviamo grazie alla relazione una maturazione di noi stessi. Plasmiamo la nostra identità.

Ecco quindi la fede: alimentarci dell’umanità di Gesù, della sua carne, nutrendoci delle sue scelte; dissetarci con il suo sangue, bevendo la sua vita, le sue passioni, le sue decisioni.

Così diventa nostro il suo stile, così si bonifica il cuore pieno di passioni impure, così si fortifica la volontà molle, così si acuisce un’intelligenza altrimenti confusa…

La fede è assimilare l’umanità di Gesù.

Il resto è devozione, forse perfino illusione spirituale.

E’ un linguaggio duro, perché Gesù indica un’unica via in questo discorso eucaristico: la compromissione tra la nostra via e la sua, tra il suo percorso e il nostro, tra la sua sorte e la nostra, tra il suo dono di sé e la nostra rinuncia a noi stessi… un linguaggio duro, una proposta troppo virile, troppo difficile.

Se alla fine pensiamo che la fede sia devozione, anzichè assimilazione, forse è meglio lasciar perdere. Purtroppo noi alla religione chiediamo di rassicurarci, mica di disturbarci! Chiediamo di abbassare la tensione, non di accendere la passione.

don Ivo

Il cuore della missione è il perdono

Un seme di Vangelo (Gv 20, 19-23)

Per essere missionari occorre meno affanno e più cuore.

La missione non è allargare i confini visibili della chiesa. Raggiungere tutti con la parola del Vangelo. Convincere insegnando la giusta dottrina. Riportare ogni percorella perduta nell’ovile.

La missione è aver il coraggio di essere una “chiesa in uscita” (EG 20, 24, 46): in uscita dal cenacolo delle proprie paure, dalle porte chiuse delle proprie colpe.

Papa Francesco in Evangelii Gaudium ci ha consegnato un documento di impressionante forza missionaria. Un documento che non abbiamo capito, che non abbiamo ancora veramente accolto.

La missione è diventare una chiesa dalle porte aperte, cioè dagli schemi mentali aperti (EG 46); una chiesa che rinunci a ridurre la morale cristiana ad un edificio che diventa un castello di carte (EG 39); che non faccia del confessionale una sala di tortura (EG 44); che non si presenti come il controllore della grazia alla dogana di Dio (EG 48); una chiesa dove le rigidità autodifensive (EG 45) e i giudici implacabili (EG 49) non hanno spazio e senso di esistere…

Forse per noi oggi è facile pensare in questi termini la Chiesa e la missione; è facile perché condividiamo da tanti anni questa visione e questa ispirazione evangelica.

Ma quanto ci abbiamo messo ad “arrivare qui”? E poi non basta rigettare un modello di chiesa, allontanarsi da un’ideologia della missione che ci appesantisce e che ormai sperimentiamo infeconda. Il problema è avanzare, non solo prendere la distanza.

E Gesù ci indica il nucleo, il cuore dell’azione della chiesa, ci rende concreto quel “fare” che dice il vangelo nella sua pienezza ed efficacia: e questo “fare” è il perdono.

Il finale del testo di oggi (v. 23) non significa soltanto, come spesso è stato interpretato, che la chiesa avrebbe un potere sacramentale e giuridico di “legare e sciogliere”, cioè di assolvere o non assolvere rispetto a certe colpe. Il suo significato più autentico non è l’attribuzione di un potere, ma l’affidamento di una responsabilità: “Se voi – vuole dire Gesù – scioglierete gli uomini dai loro peccati essi sapranno di essere perdonati e potranno accedere alla salvezza; se voi non scioglierete non conosceranno questo amore che perdona e crederanno ancora ad un Dio ostile, giudicante, estraneo”.

Ecco quindi in positivo il nostro compito, l’azione che ci rende una comunità missionaria: perdonare come Gesù ha perdonato. Questo significa certo annunciare il perdono di Dio offerto gratuitamente a tutti, ma anche accordare per primi il perdono quando siamo stati feriti noi dal male dell’altro, aprire percorsi di riconciliazione dove ci sono conflitti e ferite nelle relazioni, costruire ponti di dialogo e di comunione tra i “diversi”: nella cultura, nella razza, nella religione, nei diritti…, aprire vie di riconciliazione per chi da sempre è stato considerato “fuori”.

E’ un compito che richiede preparazione, discernimento e libertà interiore. Non sono solo per coloro che dopo un matrimonio fallito hanno costituito una nuova unione (per il quali Amoris Laetitia e la lettera pastorale del nostro vescovo hanno aperto una nuova via), ma anche per altri uomini e donne, che facciamo fatica ad accettare, a comprendere, ad accompagnare. Anche per chi si è allontanato, ha sbagliato, si è fatto ostile e nemico.

Cosa significa andare verso questi “altri” e offrire un perdono incondizionato, segno dell’agire di Dio per le loro vite e del suo dono di salvezza?

don Ivo

Non essere orfani

ARTICOLO SEME DEL VANGELO 21 maggio 2017

‘Non vi lascerò orfani’. Questa è la promessa che Gesù fa ai suoi amici poco prima della sua passione. Cosa significa essere orfani? Non posso presumere di saperlo, sarebbe irrispettoso; posso dire però cosa sento quando leggo questa promessa di Gesù. Ci sono momenti in cui pare di non avere un terreno stabile su cui radicare la vita; oppure momenti in cui non si riesce ad appoggiare il cuore nella custodia di qualcuno (un padre o un fratello); ancora, momenti in cui si sperimenta una solitudine che fa male, perché scoperchia un vuoto interiore che sembra essere senza risposte. Questi momenti appartengono alla vita di ciascuno di noi, ed è proprio ad essi che Gesù fa riferimento quando assicura ai suoi amici che non li lascerà orfani. La promessa del Vangelo è la promessa di una relazione stabile, dove l’altra persona abita nel cuore, anche se non è presente fisicamente; e quando il nostro cuore è abitato dall’altro, non siamo più orfani. Proprio per questo motivo, Gesù parla dello Spirito Santo come di un ‘altro Consolatore’, uno che possa rimanere con noi per sempre, anche quando gli altri punti di riferimento della nostra vita sembrano crollare.

Una relazione, però, non è mai qualcosa di fermo: cresce se la alimentiamo, ma cala fino a spegnersi se smettiamo di investire in essa. E l’alimento della relazione è fatto di tempo speso, parole date e ricevute, fiducia e obbedienza, reciprocità concreta … grazie a queste cose l’altra persona mi diventa sempre più familiare, mette radici nel mio cuore, fino ad essere per me una presenza costante. A volte si riescono a costruire legami così forti che io ‘sento’ ciò che l’altro vive anche se lui è distante, e gioisco o soffro con lui come se gli fossi di fianco. Ecco perché l’inizio e la fine del Vangelo di oggi parlano di un comando da osservare: è nella concretezza di una fiducia che diviene prima ascolto e poi obbedienza che la nostra relazione con Gesù cresce o cala, si rafforza o si spegne.

Questo Vangelo ci dice dunque che la vita cristiana può essere lo spazio in cui costruire un legame che riempia il cuore e gli dia quella pienezza di cui sempre siamo in ricerca. Chiediamoci allora: chi siamo noi? Sentiamo di essere figli e fratelli o, al contrario, viviamo da orfani? E ancora: riusciamo a rendere concreto l’ascolto del Signore, permettendo alla sua Parola di orientare le scelte della nostra vita? Oppure cadiamo nell’illusione di un legame che in fondo è solo di facciata, perché quando è il momento di decidere sono altre le voci che ci guidano?

Don Raffaele

E’ ora di “togliersi dai piedi”

Un seme di Vangelo (Gv 14, 1-12)

Gesù se ne sta per andare.

Ma non lo fa “sadicamente”, stanco dei suoi, dei loro tradimenti, della loro incomprensione… quasi che dica: “Ho fatto abbastanza per voi, ora arrangiatevi!”.

Gesù ama, e come fa chi ama, promette un futuro buono, nel quale saranno ancora insieme: “dove sono io sarete anche voi” (v. 3).

Gesù ama, e come fa chi ama, indica una via possibile, una strada da seguire per giungere alla meta. Ma non la meta è importante, bensì la via! Al contrario di noi, che per partire vogliamo avere ben chiara (e sicura!) la meta, Gesù dice che per partire bisogna conoscere la via: la via giusta condurrà alla meta giusta. L’importante è percorrere la Via, che è Lui!

Gesù ama, e come fa chi ama, compie le promesse: afferma addirittura che i suoi faranno opere “più grandi di queste” (v. 12) più grandi delle sue! Chi ama permette all’altro di superarlo!, e così fa Gesù.

Gesù ama e può chiedere, perciò, ai suoi di avere fede in Dio e in Lui. Anche in Lui, soprattutto in Lui! (v. 1). Ecco il nostro cammino: avere fede in Gesù, appoggiarci con forza su Gesù. Vivere come Gesù ha vissuto e fare il nostro cammino sui passi del suo.

E in questo cammino c’è una peculiarità, una maturazione da fare per vincere la paura: occorre accettare che Gesù se ne vada, che lui lasci libero lo spazio. Se Gesù se ne andrà, allora, grazie a questa assenza, i suoi discepoli potranno fare “cose più grandi di queste”.

Sembra strano, ma è così: le cose crescono quando uno se ne va.

Finché ci sei tu, nessuno farà qualcosa, perché non si assumeranno la responsabilità.

Se invece te ne vai, allora altri metteranno mano all’impresa e faranno cose nuove, cose “più grandi”, le cose necessarie oggi, non la ripetizione di quelle di ieri.

Il cammino dal turbamento alla fede è questo itinerario, questa “Via”: se Gesù va al Padre, allora i discepoli potranno iniziare.

Ma questa dinamica di “eredità”, di responsabilità da assumere uscendo dalla propria paura, non è una dinamica che riguarda la fede della chiesa in ogni tempo? Non riguarda noi?

Don Raffaele se ne è andato. E’ dura. Siamo “turbati”. Io lo sono.

Ma è un bene per noi. Era non solo “giusto” per il suo cammino di uomo e di presbitero. Giusto per la parrocchia di san Lazzaro, invitata anch’essa, come san Pio, ad una responsabilità nuova.

E’ anche buono per noi. E bene per noi che sia andato.

E’ bene perché, lasciato alle spalle il turbamento, si tratta di assumere la responsabilità. Si tratta di decidere “opere più grandi”: che non significa “maggior impegno per tutti”, ma nuova creatività, inventiva, fantasia. Ne saremo capaci? Crederemo alla parola di Gesù o solo alle nostre paure?

 

don Ivo