PRIMA GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Domenica XXXIII del Tempo Ordinario
19 novembre 2017

Di seguito il messaggio di papa Francesco in occasione della giornata mondiale dei poveri da lui voluta e istituita per questa domenica 19 novembre 2017. Ricordiamo a tal proposito che questo pomeriggio verrà inaugurato il nuovo centro diurno della Caritas della diocesi di Modena. Dalle ore 17.00 presso la chiesa di San Bartolomeo (in centro storico, via dei Servi 13) si terrà l’inaugurazione alla presenza del vescovo don Erio Castellucci e del prof. L. Bruni (professore ordinario di economia politica presso UMSA)

«Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1 Gv 3,18).[…] Un tale amore non può rimanere senza risposta. Pur essendo donato in maniera unilaterale, senza richiedere cioè nulla in cambio, esso tuttavia accende talmente il cuore che chiunque si sente portato a ricambiarlo nonostante i propri limiti e peccati. E questo è possibile se la grazia di Dio, la sua carità misericordiosa viene accolta, per quanto possibile, nel nostro cuore, così da muovere la nostra volontà e anche i nostri affetti all’amore per Dio stesso e per il prossimo. In tal modo la misericordia che sgorga, per così dire, dal cuore della Trinità può arrivare a mettere in movimento la nostra vita e generare compassione e opere di misericordia per i fratelli e le sorelle che si trovano in necessità. «Questo povero grida e il Signore lo ascolta» (Sal 34,7). Da sempre la Chiesa ha compreso l’importanza di un tale grido. Possediamo una grande testimonianza fin dalle prime pagine degli Atti degli Apostoli, là dove Pietro chiede di scegliere sette uomini «pieni di Spirito e di sapienza» (6,3) perché assumessero il servizio dell’assistenza ai poveri. È certamente questo uno dei primi segni con i quali la comunità cristiana si presentò sulla scena del mondo: il servizio ai più poveri. Tutto ciò le era possibile perché aveva compreso che la vita dei discepoli di Gesù doveva esprimersi in una fraternità e solidarietà tali, da corrispondere all’insegnamento principale del Maestro che aveva proclamato i poveri beati ed eredi del Regno dei cieli (cfr Mt 5,3). […] A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta» (2,5-6.14-17). Ci sono stati momenti, tuttavia, in cui i cristiani non hanno ascoltato fino in fondo questo appello, lasciandosi contagiare dalla mentalità mondana. Ma lo Spirito Santo non ha mancato di richiamarli a tenere fisso lo sguardo sull’essenziale. Ha fatto sorgere, infatti, uomini e donne che in diversi modi hanno offerto la loro vita a servizio dei poveri. Quante pagine di storia, in questi duemila anni, sono state scritte da cristiani che, in tutta semplicità e umiltà, e con la generosa fantasia della carità, hanno servito i loro fratelli più poveri! […] Non pensiamo ai poveri solo come destinatari di una buona pratica di volontariato da fare una volta alla settimana, o tanto meno di gesti estemporanei di buona volontà per mettere in pace la coscienza. Queste esperienze, pur valide e utili a sensibilizzare alle necessità di tanti fratelli e alle ingiustizie che spesso ne sono causa, dovrebbero introdurre ad un vero incontro con i poveri e dare luogo ad una condivisione che diventi stile di vita. Infatti, la preghiera, il cammino del discepolato e la conversione trovano nella carità che si fa condivisione la verifica della loro autenticità evangelica. E da questo modo di vivere derivano gioia e serenità d’animo, perché si tocca con mano la carne di Cristo. Se vogliamo incontrare realmente Cristo, è necessario che ne tocchiamo il corpo in quello piagato dei poveri, come riscontro della comunione sacramentale ricevuta nell’Eucaristia. Il Corpo di Cristo, spezzato nella sacra liturgia, si lascia ritrovare dalla carità condivisa nei volti e nelle persone dei fratelli e delle sorelle più deboli. Sempre attuali risuonano le parole del santo vescovo Crisostomo: «Se volete onorare il corpo di Cristo, non disdegnatelo quando è nudo; non onorate il Cristo eucaristico con paramenti di seta, mentre fuori del tempio trascurate quest’altro Cristo che è afflitto dal freddo e dalla nudità» (Hom. in Matthaeum, 50, 3: PG 58). […] Non dimentichiamo che per i discepoli di Cristo la povertà è anzitutto una vocazione a seguire Gesù povero. È un cammino dietro a Lui e con Lui, un cammino che conduce alla beatitudine del Regno dei cieli (cfr Mt 5,3; Lc 6,20). Povertà significa un cuore umile che sa accogliere la propria condizione di creatura limitata e peccatrice per superare la tentazione di onnipotenza, che illude di essere immortali. La povertà è un atteggiamento del cuore che impedisce di pensare al denaro, alla carriera, al lusso come obiettivo di vita e condizione per la felicità. E’ la povertà, piuttosto, che crea le condizioni per assumere liberamente le responsabilità personali e sociali, nonostante i propri limiti, confidando nella vicinanza di Dio e sostenuti dalla sua grazia. La povertà, così intesa, è il metro che permette di valutare l’uso corretto dei beni materiali, e anche di vivere in modo non egoistico e possessivo i legami e gli affetti. […]

Conosciamo la grande difficoltà che emerge nel mondo contemporaneo di poter identificare in maniera chiara la povertà. Eppure, essa ci interpella ogni giorno con i suoi mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte e dalle schiavitù, dall’esilio e dalla miseria, dalla migrazione forzata. La povertà ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro. Quale elenco impietoso e mai completo si è costretti a comporre dinanzi alla povertà frutto dell’ingiustizia sociale, della miseria morale, dell’avidità di pochi e dell’indifferenza generalizzata! […] Tutti questi poveri – come amava dire il Beato Paolo VI – appartengono alla Chiesa per «diritto evangelico» (Discorso di apertura della II sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II, 29 settembre 1963) e obbligano all’opzione fondamentale per loro.. […] Invito la Chiesa intera e gli uomini e le donne di buona volontà a tenere fisso lo sguardo, in questo giorno, su quanti tendono le loro mani gridando aiuto e chiedendo la nostra solidarietà. Sono nostri fratelli e sorelle, creati e amati dall’unico Padre celeste. Questa Giornata intende stimolare in primo luogo i credenti perché reagiscano alla cultura dello scarto e dello spreco, facendo propria la cultura dell’incontro. Al tempo stesso l’invito è rivolto a tutti, indipendentemente dall’appartenenza religiosa, perché si aprano alla condivisione con i poveri in ogni forma di solidarietà, come segno concreto di fratellanza. Dio ha creato il cielo e la terra per tutti; sono gli uomini, purtroppo, che hanno innalzato confini, mura e recinti, tradendo il dono originario destinato all’umanità senza alcuna esclusione. […] A fondamento delle tante iniziative concrete che si potranno realizzare in questa Giornata ci sia sempre la preghiera. Non dimentichiamo che il Padre nostro è la preghiera dei poveri. La richiesta del pane, infatti, esprime l’affidamento a Dio per i bisogni primari della nostra vita. Quanto Gesù ci ha insegnato con questa preghiera esprime e raccoglie il grido di chi soffre per la precarietà dell’esistenza e per la mancanza del necessario. Ai discepoli che chiedevano a Gesù di insegnare loro a pregare, Egli ha risposto con le parole dei poveri che si rivolgono all’unico Padre in cui tutti si riconoscono come fratelli. Il Padre nostro è una preghiera che si esprime al plurale: il pane che si chiede è “nostro”, e ciò comporta condivisione, partecipazione e responsabilità comune. In questa preghiera tutti riconosciamo l’esigenza di superare ogni forma di egoismo per accedere alla gioia dell’accoglienza reciproca.

I 4 passi: incontro di preparazione al sacramento della riconciliazione

E’ stato un pomeriggio molto bello. Merito dei coordinatori e di tutto il gruppo, che anche in questa occasione ha partecipato attivamente… anche i nostri bambini sono stati bravi e attenti. Grazie a tutti per questo cammino davvero speciale che stiamo facendo…

Scarica l’approfondimento dei 4 passi che compongono il sacramento della riconciliazione e il Vangelo che abbiamo letto.

 

IL DOPOSCUOLA A SAN LAZZARO

Come ogni anno, la parrocchia di S. Lazzaro ha attivato un servizio di doposcuola gratuito per i ragazzi delle scuole elementari e medie (o anche inizio delle superiori), lunedì mercoledì e venerdì pomeriggio, gestito interamente da volontari. Chiediamo se ci sono persone disponibili a prestare un piccolo servizio come insegnanti, anche solo due ore a settimana, nelle materie che ritengono più idonee. Più volontari ci saranno, più ragazzi potremo accogliere in questo servizio. Chi intendesse partecipare all’iniziativa, può contattare don Raffaele o Maurizio Braghiroli in parrocchia.

Alla ricerca dei luoghi di S. Antonio

Domenica 8 Ottobre, il gruppo di catechismo di 4 elementare ha fatto una gita a Padova per visitare i luoghi legati a Sant’Antonio. La Basilica e i suoi chiostri, la tomba del Santo e la cappella delle reliquie. E poi la località dell’Arcella, luogo di  transito del Santo. Infine tappa a Camposampiero per visitare il Santuario della Visione, dove è ancora conservata la cella in cui il bambino Gesù apparve a Sant’Antonio. E sempre lì, a pochi metri, è stato percorso un sentiero a tema VANGELO-SANT’ANTONIO per raggiungere il Santuario del Noce, dove si narra che il santo avesse una celletta su un albero e da lì predicasse.

Che cosa è essenziale (e che cosa non lo è?) nella vita della parrocchia?

Incontro con il vescovo Erio, 19 ottobre 2017

Il Vescovo inizia commentando il Vangelo di Mt 5, 13-15: Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

Gesù pensando alla chiesa non fa appello ad immagini forti, e invece il sale trova il suo senso nello scomparire, nel sciogliersi; la luce trova il suo scopo nel mettere in risalto l’altro da sé. Sono due elementi “deboli” che non attirano su di sé l’attenzione. Sale e luce non possono diventare insipidi o bui, ma non possono dominare: è anche un questione di dosaggio. I cristiani devono “dosare” la loro presenza nel mondo, per evitare di scomparire (essere troppo timidi), ma anche evitare di essere arroganti e voler dominare: è un equilibrio non facilissimo in cui la chiesa è caduta nella sua storia.

E’ quindi utile partire dalla domanda “in negativo” e cioè: Che cosa non è una parrocchia?

– non è “camomilla”: la comunità che si appoggia comodamente sul parroco, sul collaboratore è “parrococentrica”: gli organismi parrocchiali sono solo una “cassa di risonanza” del parroco. Se il parroco è un imbuto che deve fare tutto gli altri sono passivi. Si torna allo schema (storicamente obsoleto) del ministro (attivo) e i laici (passivi);

– non è “pepe della terra”: il pepe irrita, è segno del conflitto, dove tutti vivono in un’eterna gara senza riconoscere il dono dell’altro: il suo dono sarebbe un attentato al mio dono! Molti conflitti nascono dalle invidie, dal guardare male l’altro. E’ una mentalità egocentrica. Occorre evitare conflitti e irritazioni inutili;

– non è “cipolla della terra”, per far piangere la gente e provocare tristezza. Occorre che siamo comunità accoglienti e gioiose. Anche quando deve organizzare, celebrare vive una gioia che è diversa dall’allegria: è più profonda. La parola “gioia” è imparentata a “grazia”. L’allegria sono le fronte, la gioia sono le radici. Occorre evitare l’ansia del numero e delle prestazioni.

In positivo una parrocchia è una comunità nella quale impariamo ad apprezzare i doni di tutti e gli organismi di partecipazione, i consigli sono soprattutto luoghi di comunione. Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte definisce la parrocchia “casa di comunione”. Infatti la prima forma di missione è la comunione. E’ il luogo nel quale si testimonia la gioia di essere cristiani, in particolare a coloro che vivono situazioni di fatica e di disagio. In tal senso occorre ristabilire l’importanza dei ministeri nella comunità cristiana: in particolare i diaconi che tengono sveglia la comunità cristiana sulla questione della povertà.

Numerose sono state le domande rivolte dall’assemblea e il vescovo, nell’impossibilità di rispondere a tutte, ha provato ad unificarne alcune. Un gruppo di domande è caratterizzato dal tema della corresponsabilità.

Se guardiamo alla storia della chiesa osserviamo che ci sono quattro modelli nel rapporto tra pastori e laici:

– i “laici supplenti” (quello più clericale): “finché ce la faccio devo fare io le cose, quando non ce la faccio più mi farò aiutare”. Il consiglio pastroale è soltanto consultivo, perché la parrocchia “deve essere del parroco”. Non è responsabilità comune, ma il laico è un “cerotto”;

– i “laici delegati” (sviluppato da Papa Pio XI negli anni 20-30 per rilanciare l’Azione cattolica): è un mandato come “partecipazione” alla gerarchia ecclesiastica, poi alcuni laici, per formazione, responsabilità e doni, possono essere prolungamenti dell’azione della gerarchia;

– i laici “collaboratori” (con il Vaticano II): molto più che supplenti e delegati, anche se indirettamente ancora in una posizione di “subordinarietà;

– i “laici corresponsabili” (oggi): non si interviene per eseguire un progetto, ma chi è corresponsabile interviene nell’elaborazione del progetto. Pensate ad un CPP fatto di soli collaboratori o di corresponsabili: nel primo caso il parroco decide il progetto (festa, impianto del catechismo… e chiede: “chi è che fa questo?” per collaborare). Nel secondo caso si lavora insieme a impostare tutte le cose fin dall’inizio: si interviene in fase di progettazione: è il “discernimento comunitario”.

Il discernimento comunitario è la possibilità per tutti di esprimersi dal loro punto di osservazione. E non importa che non si abbia la preparazione teologica del prete o il sacramento dell’ordine: quello che importa è la connessione delle sfumature che nasce dal sacramento del battesimo che tutti hanno ricevuto e dalla professionalità e storia che ciascuno può mettere in gioco per leggere la situazione.

Un altro gruppo di domande verteva sul tema dell’organizzazione della parrocchia. La parrocchia non è unoi “stato-nazione” che deve seguire una determinata forma di governo: non è “deliberativa” (risponde ad una idea democratica, in cui si decide sulla base della maggioranza), non è solo “ascoltiamo tutti e poi tanto decido io”, ma piuttosto un modello nuovo e “misto”. Ha principi “monarchici” (es. il papato), ma ci sono tratti democratici (es. l’elezione del papa nel concistoro). La parrocchia è una “comunione sinodale”, cioè una comunione in cui si cammina insieme uniti. Come quando si va in montagna: chi guida non prende la corsa lasciando gli altri nel pericolo, ma tenere insieme tutti. Gesù non è un monarca e nemmeno un “presidente della Camera”: la sua logica è il “se vuoi”.

Infine si è approfondito il tema del parroco e della sua funzione all’interno di una parrocchia , funzione sempre più complessa. Il pastore “lancia avanti” la comunità, ma fino a che punto se si concentrano in lui tre dimensioni: quella profetica, quella sacerdotale e quella pastorale? Nell’AT le tre funzioni furono distinte, forse unite idealmente nella figura di Davide. E Gesù riunisce di nuovo le tre linee: ma in quale si colloca soprattutto Gesù? Ma lui si è collocato soprattutto in quella profetica, lo si vede nella critica forte alla classe sacerdotale!, e critica anche un certo modo di gestire il potere. Eppure diciamo che Gesù è il grande “sommo sacerdote” (Ebr) e anche il “buon pastore” (Gv). Uno dei compiti dei pastori è quello di dosare bene queste dimensioni, a seconda dei momenti, delle situazioni: il compito del sacramento dell’ordine è di presiedere la liturgia, ma non di sacralizzare la comunità; è di annunciare la parola, e questo significa anche esercitare una critica di tutto ciò che è sacralizzante; è di guidare la comunità, di incoraggiare (e quindi anche di amministrare, con il pericolo di schiacciare il prete).

CHI AMA “NON STA IN POLTRONA”

PAPA FRANCESCO: CHI AMA “NON STA IN POLTRONA”   SABATO 14 OTTOBRE 2017

Una giornata radiosa, in tutti i sensi, quella che attendeva a Roma Lisetta, Franca, Pina, Paola e Gabriella con la figlia Chiara, la nostra mascotte, della Conferenza di San Vincenzo de Paoli che appartiene alla parrocchia di san Pio X.

Lo scopo del viaggio era partecipare ad un simposio in occasione dei 400 anni della San Vincenzo: una tre giorni a Roma piena di eventi e celebrazioni che culminava sabato mattina con l’udienza papale. Il nostro gruppo di San Pio X , per vari motivi, ha preso parte “ solamente” all’udienza con il Papa, e con questo breve racconto, vorremmo condividere le sensazioni ed emozioni ancora vivissime.

Un’alba stupenda, che ha illuminato Via della Conciliazione e la basilica di San Pietro colorandola di calda luce, anche se la temperatura era ancora freschina, ha ripagato di una sveglia piuttosto mattiniera.

Nonostante l’ora, Piazza San Pietro era già molto animata; la famiglia vincenziana si stava radunando da tutto il mondo e stava riempiendo la piazza di voci e colori. Intorno a noi l‘eco di tante lingue diverse: italiano, spagnolo, inglese, arabo, francese… Tante etnie, tanti modi di vivere la carità, tante esperienze diverse e tante bandiere riunite sotto un unico desiderio: quello di condividere i nostri poveri tentativi di dimostrare con i fatti l’amore per i fratelli meno fortunati di noi.

L’attesa dell’incontro con il Papa è stata densa di testimonianze che hanno toccato il cuore di tutti: una rappresentante della San Vincenzo siriana che ha raccontato la quotidiana sfida con la morte sperimentata durante la guerra, pur di non rinunciare alla loro missione; alcune famiglie di Amatrice e Accumuli che hanno tanto ringraziato la San Vincenzo per non averle mai abbandonate e infine la presentazione di un progetto molto ambizioso ma bellissimo, che tenterà di dare la casa ad una percentuale altissima di senza tetto nei prossimi anni. Fra un intervento e l’altro tanta musica e lo spettacolo degli 11000 che poco a poco ha riempito gran parte di Piazza San Pietro.

Verso mezzogiorno poi, accompagnato da canti spontanei di benvenuto, l’arrivo di Papa Francesco. Nonostante l’accoglienza quasi da rock star, quell’uomo vestito di bianco, è arrivato sorridente, umile, uomo fra uomini.

Con una voce non troppo ferma ha poi iniziato un discorso breve ma intenso, seguito in un silenzio assoluto: 11000 persone che non hanno fiatato. In poco più di 15 minuti Papa Francesco ci ha illuminato sulla strada da seguire: ADORARE – mai rinunciare allo spazio per la preghiera, ACCOGLIERE – senza paura, e ANDARE – uscire da noi stessi, dalle nostre case, dalle nostre parrocchie per rimanere sempre in cammino.

L’incontro è terminato con la benedizione, il saluto da parte di Papa Francesco e il suo abbraccio ad un bambino che era riuscito ad avvicinarlo. E alla fine, ognuno di noi ha portato in cuore queste parole con la speranza e la volontà di metterle in pratica.

Per chi si sentisse di fare sue le parole del Papa “Adorare, accogliere, andare sono i tre verbi dello spirito vincenziano ma valgono per tutti”, iniziare questo cammino e conoscere meglio l’attività della Conferenza della San Vincenzo de Paoli, ecco un invito a partecipare agli incontri che si tengono alle 17 del terzo mercoledì di ogni mese presso la Parrocchia di San Pio X – sala con ingresso in Via Bellini.

“Il placebo, i farmaci e la tazza di brodo. Gian Paolo Vecchi e la sua scuola”

Circolo dell’amicizia. Martedì 17 ottobre 2017, alle ore 15.30, nella sala con ingresso da Piazzetta S. Murialdo si terrà un incontro con il prof. Baldo Flori per ricordare Gian Paolo Vecchi Geriatra e Gerontologo dell’Università di Modena, in occasione dell’uscita del libro: Il placebo, i farmaci e la tazza di brodo. Gian Paolo Vecchi e la sua scuola”un vero e proprio manuale di lavoro e consultazione che, attraverso le testimonianze di colleghi e allievi, propone l’attualità del pensiero del progetto scientifico e umano del professor Vecchi”. Baldo Flori ricorderà come ex Vice Sindaco di Modena e amico che il Prof. Vecchi individuò una “nuova età” tra il pensionamento e l’invecchiamento vero e proprio, una “età libera” in cui collocare una serie di iniziative volte alla prevenzione, al recupero della salute e della funzione mai totalmente compromessa e sempre migliorabile. Coinvolse Amministratori e Cittadini collocando nel territorio la sede naturale dei programmi di prevenzione di comunità: con scandalo diffuso portò migliaia di anziani nelle palestre, negli orti, nell’Università della 3° età di cui fu socio fondatore. La Casa della Salute di via Fanti a Modena sarà intitolata al professor Gian Paolo Vecchi, geriatra e amato professionista modenese.

Parrocchia, Chiesa pellegrina tra le case

Il vescovo ha presentato la lettera pastorale

Alla presenza di numerosi  sacerdoti, religiosi ed operatori pastorali, il vescovo Castellucci ha presentato  lo scorso 23 settembre la lettera pastorale “Parrocchia Chiesa pellegrina tra le case”.
“Grazie per la presenza  – ha esordito il Vescovo  dopo la preghiera iniziale – e per  i contributi che sono arrivati sul tema, sia alla Tre giorni  diocesana di giugno che durante l’estate. Ho cercato di lasciarmi interrogare, perché la lettera rispecchiasse lo stile sinodale, di cammino condiviso. Riflette gli incontri, le attività in parrocchia, ho sperimentato  che  non c’è un colloquio che non abbia la parrocchia come argomento, diretto o indiretto. Non  è una lettera pensata alla scrivania, ma cerca di riflettere l’esperienza della nostra Chiesa, che si confronta con la parrocchia auspicata  da papa Francesco, quella che il Signore ci chiede, che il Vangelo ci domanda”.
Il testo completo della lettera pastorale

I nemici della speranza

Mercoledì 27 settembre anche una delegazione delle nostre parrocchie di San Pio e San Lazzaro ha partecipato all’udienza generale del papa in piazza San Pietro che per l’occasione era dedicata particolarmente alla campagna della Caritas italiana “Condividiamo il viaggio”. Un pullman di operatori Caritas, parrocchiani di varie comunità che hanno aderito all’appello per l’accoglienza di rifugiati migranti richiedenti asilo, e un gruppo di ragazzi ospitati in tali comunità è partito in piena notte per raggiungere Roma e assistere così all’udienza di papa Francesco; in particolare Camara (il ragazzo del Gambia che vive nella canonica di San Lazzaro e che ha anche svolto una toccante testimonianza presso San Pio) ha avuto la fortuna di assistere nel palco a fianco di papa Francesco con il quale ha anche potuto scambiare due chiacchiere alla fine della celebrazione. Papa Francesco infatti come suo costume ha salutato tutti i partecipanti con calore fermandosi anche con le persone presenti in piazza dimostrando così con gesti semplici e concreti il suo essere vicino alla gente. Ancor più significativa è stata la sua riflessione che qui proponiamo di seguito.

  1. S. le foto della giornata sono disponibili nei siti delle parrocchie.

In questo tempo noi stiamo parlando della speranza; ma oggi vorrei riflettere con voi sui nemici della speranza. Perché la speranza ha i suoi nemici: come ogni bene in questo mondo, ha i suoi nemici. E mi è venuto in mente l’antico mito del vaso di Pandora: l’apertura del vaso scatena tante sciagure per la storia del mondo. Pochi, però, ricordano l’ultima parte della storia, che apre uno spiraglio di luce: dopo che tutti i mali sono usciti dalla bocca del vaso, un minuscolo dono sembra prendersi la rivincita davanti a tutto quel male che dilaga. Pandora, la donna che aveva in custodia il vaso, lo scorge per ultimo: i greci la chiamano elpìs, che vuol dire speranza. Questo mito ci racconta perché sia così importante per l’umanità la speranza. Non è vero che “finché c’è vita c’è speranza”, come si usa dire. Semmai è il contrario: è la speranza che tiene in piedi la vita, che la protegge, la custodisce e la fa crescere. Se gli uomini non avessero coltivato la speranza, se non si fossero sorretti a questa virtù, non sarebbero mai usciti dalle caverne, e non avrebbero lasciato traccia nella storia del mondo. È quanto di più divino possa esistere nel cuore dell’uomo. Un poeta francese – Charles Péguy – ci ha lasciato pagine stupende sulla speranza (cfr Il portico del mistero della seconda virtù). Egli dice poeticamente che Dio non si stupisce tanto per la fede degli esseri umani, e nemmeno per la loro carità; ma ciò che veramente lo riempie di meraviglia e commozione è la speranza della gente: «Che quei poveri figli – scrive – vedano come vanno le cose e che credano che andrà meglio domattina». L’immagine del poeta richiama i volti di tanta gente che è transitata per questo mondo – contadini, poveri operai, migranti in cerca di un futuro migliore – che ha lottato tenacemente nonostante l’amarezza di un oggi difficile, colmo di tante prove, animata però dalla fiducia che i figli avrebbero avuto una vita più giusta e più serena. Lottavano per i figli, lottavano nella speranza. La speranza è la spinta nel cuore di chi parte lasciando la casa, la terra, a volte familiari e parenti – penso ai migranti –, per cercare una vita migliore, più degna per sé e per i propri cari. Ed è anche la spinta nel cuore di chi accoglie: il desiderio di incontrarsi, di conoscersi, di dialogare… La speranza è la spinta a “condividere il viaggio”, perché il viaggio si fa in due: quelli che vengono nella nostra terra, e noi che andiamo verso il loro cuore, per capirli, per capire la loro cultura, la loro lingua. E’ un viaggio a due, ma senza speranza quel viaggio non si può fare. La speranza è la spinta a condividere il viaggio della vita, come ci ricorda la Campagna della Caritas che oggi inauguriamo. Fratelli, non abbiamo paura di condividere il viaggio! Non abbiamo paura! Non abbiamo paura di condividere la speranza! La speranza non è virtù per gente con lo stomaco pieno. Ecco perché, da sempre, i poveri sono i primi portatori della speranza. E in questo senso possiamo dire che i poveri, anche i mendicanti, sono i protagonisti della Storia. Per entrare nel mondo, Dio ha avuto bisogno di loro: di Giuseppe e di Maria, dei pastori di Betlemme. Nella notte del primo Natale c’era un mondo che dormiva, adagiato in tante certezze acquisite. Ma gli umili preparavano nel nascondimento la rivoluzione della bontà. Erano poveri di tutto, qualcuno galleggiava poco sopra la soglia della sopravvivenza, ma erano ricchi del bene più prezioso che esiste al mondo, cioè la voglia di cambiamento. A volte, aver avuto tutto dalla vita è una sfortuna. Pensate a un giovane a cui non è stata insegnata la virtù dell’attesa e della pazienza, che non ha dovuto sudare per nulla, che ha bruciato le tappe e a vent’anni “sa già come va il mondo”; è stato destinato alla peggior condanna: quella di non desiderare più nulla. E’ questa, la peggiore condanna. Chiudere la porta ai desideri, ai sogni. Sembra un giovane, invece è già calato l’autunno sul suo cuore. Sono i giovani d’autunno. Avere un’anima vuota è il peggior ostacolo alla speranza. È un rischio da cui nessuno può dirsi escluso; perché di essere tentati contro la speranza può capitare anche quando si percorre il cammino della vita cristiana. I monaci dell’antichità avevano denunciato uno dei peggiori nemici del fervore. Dicevano così: quel “demone del mezzogiorno” che va a sfiancare una vita di impegno, proprio mentre arde in alto il sole. Questa tentazione ci sorprende quando meno ce lo aspettiamo: le giornate diventano monotone e noiose, più nessun valore sembra meritevole di fatica. Questo atteggiamento si chiama accidia che erode la vita dall’interno fino a lasciarla come un involucro vuoto. Quando questo capita, il cristiano sa che quella condizione deve essere combattuta, mai accettata supinamente. Dio ci ha creati per la gioia e per la felicità, e non per crogiolarci in pensieri malinconici. Ecco perché è importante custodire il proprio cuore, opponendoci alle tentazioni di infelicità, che sicuramente non provengono da Dio. E laddove le nostre forze apparissero fiacche e la battaglia contro l’angoscia particolarmente dura, possiamo sempre ricorrere al nome di Gesù. Possiamo ripetere quella preghiera semplice, di cui troviamo traccia anche nei Vangeli e che è diventata il cardine di tante tradizioni spirituali cristiane: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio vivo, abbi pietà di me peccatore!”. Bella preghiera. “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio vivo, abbi pietà di me peccatore!”. Questa è una preghiera di speranza, perché mi rivolgo a Colui che può spalancare le porte e risolvere il problema e farmi guardare l’orizzonte, l’orizzonte della speranza. Fratelli e sorelle, non siamo soli a combattere contro la disperazione. Se Gesù ha vinto il mondo, è capace di vincere in noi tutto ciò che si oppone al bene. Se Dio è con noi, nessuno ci ruberà quella virtù di cui abbiamo assolutamente bisogno per vivere. Nessuno ci ruberà la speranza. Andiamo avanti!!!

*La foto: selfie di Camara con papa Francesco

Quando la chiesa fa i sacramenti

Convegno Diocesano dei catechisti dell’Iniziazione cristiana. 

Sabato 14 ottobre e domenica 15, in occasione del Convegno Diocesano e del ritiro della cresima nella parrocchia di San Lazzaro, si sospendono gli incontri di catechismo.

Il convegno è importante (come ogni anno) per riflettere su cosa voglia dire “iniziare alla fede” in questo tempo così complesso e sfidante. Con il mio intervento racconterò cosa è avvenuto a San Pio nella liturgia e quindi nell’Iniziazione cristiana.
Proverò a narrare come le scelte fatte per l’architettura dello spazio liturgico e il percorso di formazione alla celebrazione grazie alla commissione liturgica sia stato a servizio di una “nuova iniziazione cristiana” che è quella che a san Pio tentiamo di fare.
Il convegno quindi ci riguarda: ci aiuterà a riflettere su cosa stiamo facendo e a verificare la nostra passione per iniziare alla fede adulti e bambini.
Spero perciò che possiate partecipare e che questa riflessione (con le parole di Andrea Grillo e del nostro vescovo) ci sia utile.