Quale parrocchia per custodire e comunicare la fede?

Pensare la parrocchia

Giovedì 5 ottobre a San Pio si è svolto il primo di una serie di momenti organizzati dal nostro vicariato per questo anno pastorale.

“Quale parrocchia per custodire e comunicare la fede?”: questo è l’interrogativo che farà da filo conduttore a questo e ai prossimi incontri; è la domanda da cui hanno cominciato a meditare alcuni membri del nostro Consiglio Pastorale, gli stessi che poi giovedì sera hanno guidato e stimolato la nostra riflessione.

Dopo una breve lettura introduttiva, ci è stato proposto di pensare in modo personale a cosa termine “parrocchia” evochi in noi. Le risposte sono state molto varie: relazioni, accogliente, crescita, novità, famiglia, polvere, casa, Messe… queste sono solo alcune delle parole condivise, ma che danno un’idea piuttosto ampia di come ognuno di noi in modo personale e intimo viva San Pio.

Da questa prima riflessione personale, che ci ha dato modo di poter entrare in argomento, siamo poi passati a confrontarci divisi in diverse isole sulla domanda: “quando la nostra parrocchia è generativa e quando, invece, è sterile e ammalata?”. Questo spunto ha dato vita ad animati dibattiti, da cui sono emersi molti “pregi”, ma anche tante criticità della nostra comunità. Tra i pregi sono stati menzionati: la centralità del Vangelo nelle celebrazioni, l’accoglienza, la presenza di relazioni profonde e sane…; d’altra parte si sono riscontrate criticità come: la passività, la poca corresponsabilità, il rischio di chiusura al mondo esterno e del ritorno al passato…

Dopo aver condiviso queste riflessioni siamo stati invitati a fare un ultimo passo nella nostra riflessione: ossia provare a pensare quale sia il criterio che ognuno di noi utilizza per dare senso al proprio vivere in parrocchia e nella comunità. Su questa domanda, veramente centrale, si è innestato un dibattito nel quale Marinella, don Marco e don Ivo hanno approfondito con tre “robusti” contributi: il primo centrato su che cosa differenzi la parrocchia da qualunque altro ambiente; il secondo che ha posto l’attenzione sul fatto che la chiesa non è mai tutta costituita, ma sempre nascente; il terzo che si è interrogato se, nella nostra parrocchia, si usano le regole del “gioco cristiano” o se nella leadership, nella competizione, nei conflitti, nel perdono siamo uguali al mondo.

Tre grossi spunti che rimandano al prossimo incontro, guidato dal Vescovo Erio il 19 ottobre a san Giovanni evangelista, nel quale ci chiederemo: qual è l’essenziale per la vita di una parrocchia?

Vi aspettiamo!

Samantha Renzulli

I nemici della speranza

Mercoledì 27 settembre anche una delegazione delle nostre parrocchie di San Pio e San Lazzaro ha partecipato all’udienza generale del papa in piazza San Pietro che per l’occasione era dedicata particolarmente alla campagna della Caritas italiana “Condividiamo il viaggio”. Un pullman di operatori Caritas, parrocchiani di varie comunità che hanno aderito all’appello per l’accoglienza di rifugiati migranti richiedenti asilo, e un gruppo di ragazzi ospitati in tali comunità è partito in piena notte per raggiungere Roma e assistere così all’udienza di papa Francesco; in particolare Camara (il ragazzo del Gambia che vive nella canonica di San Lazzaro e che ha anche svolto una toccante testimonianza presso San Pio) ha avuto la fortuna di assistere nel palco a fianco di papa Francesco con il quale ha anche potuto scambiare due chiacchiere alla fine della celebrazione. Papa Francesco infatti come suo costume ha salutato tutti i partecipanti con calore fermandosi anche con le persone presenti in piazza dimostrando così con gesti semplici e concreti il suo essere vicino alla gente. Ancor più significativa è stata la sua riflessione che qui proponiamo di seguito.

  1. S. le foto della giornata sono disponibili nei siti delle parrocchie.

In questo tempo noi stiamo parlando della speranza; ma oggi vorrei riflettere con voi sui nemici della speranza. Perché la speranza ha i suoi nemici: come ogni bene in questo mondo, ha i suoi nemici. E mi è venuto in mente l’antico mito del vaso di Pandora: l’apertura del vaso scatena tante sciagure per la storia del mondo. Pochi, però, ricordano l’ultima parte della storia, che apre uno spiraglio di luce: dopo che tutti i mali sono usciti dalla bocca del vaso, un minuscolo dono sembra prendersi la rivincita davanti a tutto quel male che dilaga. Pandora, la donna che aveva in custodia il vaso, lo scorge per ultimo: i greci la chiamano elpìs, che vuol dire speranza. Questo mito ci racconta perché sia così importante per l’umanità la speranza. Non è vero che “finché c’è vita c’è speranza”, come si usa dire. Semmai è il contrario: è la speranza che tiene in piedi la vita, che la protegge, la custodisce e la fa crescere. Se gli uomini non avessero coltivato la speranza, se non si fossero sorretti a questa virtù, non sarebbero mai usciti dalle caverne, e non avrebbero lasciato traccia nella storia del mondo. È quanto di più divino possa esistere nel cuore dell’uomo. Un poeta francese – Charles Péguy – ci ha lasciato pagine stupende sulla speranza (cfr Il portico del mistero della seconda virtù). Egli dice poeticamente che Dio non si stupisce tanto per la fede degli esseri umani, e nemmeno per la loro carità; ma ciò che veramente lo riempie di meraviglia e commozione è la speranza della gente: «Che quei poveri figli – scrive – vedano come vanno le cose e che credano che andrà meglio domattina». L’immagine del poeta richiama i volti di tanta gente che è transitata per questo mondo – contadini, poveri operai, migranti in cerca di un futuro migliore – che ha lottato tenacemente nonostante l’amarezza di un oggi difficile, colmo di tante prove, animata però dalla fiducia che i figli avrebbero avuto una vita più giusta e più serena. Lottavano per i figli, lottavano nella speranza. La speranza è la spinta nel cuore di chi parte lasciando la casa, la terra, a volte familiari e parenti – penso ai migranti –, per cercare una vita migliore, più degna per sé e per i propri cari. Ed è anche la spinta nel cuore di chi accoglie: il desiderio di incontrarsi, di conoscersi, di dialogare… La speranza è la spinta a “condividere il viaggio”, perché il viaggio si fa in due: quelli che vengono nella nostra terra, e noi che andiamo verso il loro cuore, per capirli, per capire la loro cultura, la loro lingua. E’ un viaggio a due, ma senza speranza quel viaggio non si può fare. La speranza è la spinta a condividere il viaggio della vita, come ci ricorda la Campagna della Caritas che oggi inauguriamo. Fratelli, non abbiamo paura di condividere il viaggio! Non abbiamo paura! Non abbiamo paura di condividere la speranza! La speranza non è virtù per gente con lo stomaco pieno. Ecco perché, da sempre, i poveri sono i primi portatori della speranza. E in questo senso possiamo dire che i poveri, anche i mendicanti, sono i protagonisti della Storia. Per entrare nel mondo, Dio ha avuto bisogno di loro: di Giuseppe e di Maria, dei pastori di Betlemme. Nella notte del primo Natale c’era un mondo che dormiva, adagiato in tante certezze acquisite. Ma gli umili preparavano nel nascondimento la rivoluzione della bontà. Erano poveri di tutto, qualcuno galleggiava poco sopra la soglia della sopravvivenza, ma erano ricchi del bene più prezioso che esiste al mondo, cioè la voglia di cambiamento. A volte, aver avuto tutto dalla vita è una sfortuna. Pensate a un giovane a cui non è stata insegnata la virtù dell’attesa e della pazienza, che non ha dovuto sudare per nulla, che ha bruciato le tappe e a vent’anni “sa già come va il mondo”; è stato destinato alla peggior condanna: quella di non desiderare più nulla. E’ questa, la peggiore condanna. Chiudere la porta ai desideri, ai sogni. Sembra un giovane, invece è già calato l’autunno sul suo cuore. Sono i giovani d’autunno. Avere un’anima vuota è il peggior ostacolo alla speranza. È un rischio da cui nessuno può dirsi escluso; perché di essere tentati contro la speranza può capitare anche quando si percorre il cammino della vita cristiana. I monaci dell’antichità avevano denunciato uno dei peggiori nemici del fervore. Dicevano così: quel “demone del mezzogiorno” che va a sfiancare una vita di impegno, proprio mentre arde in alto il sole. Questa tentazione ci sorprende quando meno ce lo aspettiamo: le giornate diventano monotone e noiose, più nessun valore sembra meritevole di fatica. Questo atteggiamento si chiama accidia che erode la vita dall’interno fino a lasciarla come un involucro vuoto. Quando questo capita, il cristiano sa che quella condizione deve essere combattuta, mai accettata supinamente. Dio ci ha creati per la gioia e per la felicità, e non per crogiolarci in pensieri malinconici. Ecco perché è importante custodire il proprio cuore, opponendoci alle tentazioni di infelicità, che sicuramente non provengono da Dio. E laddove le nostre forze apparissero fiacche e la battaglia contro l’angoscia particolarmente dura, possiamo sempre ricorrere al nome di Gesù. Possiamo ripetere quella preghiera semplice, di cui troviamo traccia anche nei Vangeli e che è diventata il cardine di tante tradizioni spirituali cristiane: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio vivo, abbi pietà di me peccatore!”. Bella preghiera. “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio vivo, abbi pietà di me peccatore!”. Questa è una preghiera di speranza, perché mi rivolgo a Colui che può spalancare le porte e risolvere il problema e farmi guardare l’orizzonte, l’orizzonte della speranza. Fratelli e sorelle, non siamo soli a combattere contro la disperazione. Se Gesù ha vinto il mondo, è capace di vincere in noi tutto ciò che si oppone al bene. Se Dio è con noi, nessuno ci ruberà quella virtù di cui abbiamo assolutamente bisogno per vivere. Nessuno ci ruberà la speranza. Andiamo avanti!!!

*La foto: selfie di Camara con papa Francesco

Assemblea di apertura dell’anno pastorale con il Vescovo Erio

Sabato 23 settembre, alle ore 9.30 al Centro Famiglia di Nazareth

Siamo invitati a partecipare all’assemblea di apertura dell’anno pastorale: la mattinata avrà inizio con la preghiera di Ora Media; in seguito prenderà la parola il vescovo don Erio Castellucci, che presenterà la lettera pastorale per il prossimo anno, “Parrocchia Chiesa pellegrina tra le case“. Al termina saranno possibili il confronto ed il dibattito in assemblea.

 

La festa della Parrocchia di San Pio X – 9/10 settembre

Una festa semplice

Sarà diversa, in questo nuovo anno pastorale, la festa della nostra parrocchia.

Diversa perché sarà semplice, più semplice del solito, visto che da anni la nostra comunità non è certamente “specializzata” nell’organizzare sagre.

Sarà semplice per più ragioni, ma la principale ragione è la volontà di non sottovalutare le norme uscite di recente, in seguito al panico scatenatosi in Piazza San Carlo a Torino il 3 giugno e in particolare la Direttiva del Ministero dell’Interno del 28 luglio 2018 e la Nota del Capo Nazionale del Corpo dei Vigili del fuoco del 20 luglio 2017.

Tali norme sono recepite nelle “Linee guida per Manifestazione temporanea della Commissione comunale di Vigilanza” che riguardano le manifestazioni pubbliche superiori alle 200 persone.

Per comprendere la complessità della questione riportiamo soltanto un paragrafo centrale di tali “Linee guida”: “Allo scopo di verificare se la caratteristiche di sicurezza di una manifestazione sono corrette e conseguentemente ottenere un parere favorevole da parte della commissione di vigilanza, l’iter procedurale è il seguente: PER LE MANIFESTAZIONI SUPERIORI ALLE 200 PERSONE: produrre, almeno 30 giorni prima della manifestazione, unitamente alla domanda di autorizzazione ai sensi dell’art. 68 del T.U.L.P.S. una documentazione tecnico-illustrativa atta a garantire la corretta disposizione e realizzazione delle opere e degli impianti, i requisiti di sicurezza delle stesse, la certificazione di conformità di strutture e materiali, gli aspetti igienico sanitari e la gestione della sicurezza, al fine di consentire, da parte della commissione di vigilanza, una verifica tecnica della manifestazione che si intende effettuare. La documentazione tecnico-illustrativa, di seguito descritta, dovrà essere completa di relazione tecnica, relazione degli impianti elettrici e rispettivi elaborati grafici la commissione effettua, dopo che tutti i lavori di allestimento sono stati completati (in quanto è necessario valutare le reali ed effettive condizioni in cui si svolgerà la manifestazione in esame), un sopralluogo tecnico per l’accertamento della corretta e completa attuazione delle condizioni generali di sicurezza e di quanto previsto dalla documentazione”.

Tali norme sono piombate in piena estate su molte manifestazioni pubbliche, creando disorientamento e ponendo improvvisamente di fronte a richieste ed adempimenti che hanno trovato molti impreparati: alcuni comuni e parrocchie hanno di fatto abolito manifestazioni per la complessità e l’onerosità dell’osservanza delle regole.

Tali regole riguardano anche le sagre, che vengono esplicitamente.

Dopo aver riflettuto per tutto il mese di agosto, sollecitati anche dagli articoli di stampa, dalla riflessione di alcuni parroci, aiutati dal parere di qualche ingegnere che opera nel settore, abbiamo deciso di dare alla nostra festa parrocchiale il volto più semplice di una serie di iniziative parrocchiali che ci permettano di incontrarci senza cadere sotto la categoria di “manifestazione pubblica”.

Facciamo questa scelta consapevoli che fintanto che non capita nulla la non osservanza delle regole appare a tutti come la via più semplice… il giorno però che qualunque tipo di incidente si verifichi ci si rende conto di che cosa significhi aver proceduto con superficialità.

Per capirci meglio

Ecco alcuni adempimenti necessari per la sicurezza di un evento superiore alle 200 persone pur senza spettacolo (in questo caso le norme prevedono adempimenti di maggior portata):

  • valutazione della capienza: c’è un massimo affollamento sostenibile per l’area prevista
  • definire percorsi separati di accesso e di deflusso delle persone
  • regolare e monitorare gli accessi: ossia avremmo bisogno di steward
  • redigere piani di emergenza e di evacuazione che dovremmo comunicare preventivamente ai partecipanti con impianti di diffusione sonora e/o visiva
  • predisporre spazi di soccorso e percorsi dedicati per i mezzi di soccorso
  • divieto di somministrazione di bevande in bottiglie di vetro e lattine
  • valutazione della minaccia e protezione delle aree interessate dall’evento
  • individuare aree di prefiltraggio per controlli sulle persone
  • progetto dell’impianto elettrico e dichiarazione di conformità

Perché fare festa?

Davanti a questa complessità, la questione di fondo che si pone, è – tuttavia – un’altra.

Perché fare festa? E come fare festa?

La sagra, in ogni parrocchia, diventata per tradizione un appuntamento importante.

La domanda, però, è perché fare una festa, piuttosto che spere di doverla fare, perché “si è sempre fatto così”, o perché senza la sagra ci si sente in lutto per la perdita di un simbolo, di un momento di ritrovo, di un appuntamento che dà identità.

Da tempo riflettiamo e dibattiamo su questo: la difficoltà posta ora da queste norme – che molti, ne siamo consapevoli, trasgrediranno o osserveranno soltanto in parte – pone in evidenza l’interrogativo che già ci portiamo dentro.

Noi da anni non facciamo festa per aiutare il bilancio parrocchiale: in non poche comunità la sagra è l’occasione per un guadagno interessante a sostenere la vita della parrocchia. Da noi da tempo non è più così: il motivo per far festa è stato semplicemente il ritrovarci, ricominciare insieme l’anno pastorale, accogliere amici e trascorrere un tempo gratuito dopo la pausa estiva.

Ora questi obiettivi si possono realizzare anche con una maggior semplicità e organizzando momenti di incontro e di festa che non siano sottoposti all’osservanza di regole così costrittive (anche se sensate).

I momenti della nostra festa

  • Sabato sera: cena e festa per i giovani
  • Domenica alle 13: pranzo parrocchiale (ad iscrizione in segreteria fino a giovedì 7 settembre)
  • Domenica pomeriggio (15.30 – 17.30): giochi per genitori e bambini del centro estivo 2017 e dei gruppi di catechismo
  • Domenica ore 18-20: Torneo di biliardino
  • Domenica sera: cena per famiglie giovani
  • Sabato 9 e domenica 10, e nei giorni successivi, sarà aperta la pesca

Il laboratorio di italiano di Artemigrante

Dallo scorso Febbraio, ogni giovedì sera, dalle 20.30 alle 22.30, un gruppo di ragazzi modenesi si è ritrovato in una sala della Parrocchia di San Pio X per creare uno spazio di apprendimento della lingua italiana per giovani immigrati. Per cercare di non ricreare un ambiente scolastico, il metodo di apprendimento è stato per lo più un affrontare “praticamente” i temi della quotidianità. L’Italiano non è solo la lingua da imparare per sopravvivere nel nostro paese, ma anche la lingua franca per gli scambi tra francofoni e anglofoni. 

Le lunghe serate di riunioni, gli scambi di idee e esperienze, l’estrema incertezza di ciò che avremmo iniziato e poi le intuizioni del momento, la soddisfazione di un’attività che riesce, la curiosità nella scoperta del suono di una lingua nuova: questi sono alcuni dei ricordi di un anno di laboratorio di italiano.

Lo spunto per iniziare il progetto è nato all’interno del gruppo di Artemigrante Modena nel Giugno del 2016 e fin dalle prime riunioni è stato forte il desiderio di costruire uno spazio di interazione fecondo tra italiani e stranieri che ruotasse attorno alla conversazione in italiano, ad attività parateatrali su situazioni di vita quotidiana e a giochi di gruppo. L’idea era quella di fare del Laboratorio una nuova occasione di incontro con la diversità, che si aggiungesse alla classica serata del Lunedì di Artemigrante, ma con un obiettivo più preciso: aiutare i ragazzi stranieri a cimentarsi con la lingua italiana parlata e a conoscere qualche dettaglio del tessuto sociale cittadino e nazionale. Alla base dello spirito di questo progetto c’è stato un proverbio importante Malawi, che contraddistingue ogni attività di Artemigrante: “l’uomo si realizza solo se è capace di sedersi per terra al livello dell’altro e parlare con lui finché non gli diventa amico”.

I primi incontri sono stati molto importanti per creare un gruppo di lavoro coeso e per valutare punti di forza e debolezze delle attività che da mesi avevamo preparato e, grazie anche ad una buona dose di improvvisazione, siamo riusciti a costruire uno stimolante cerchio di interazione tra ragazzi di diversa provenienza geografica e soprattutto di differenti livelli linguistici. Cominciavamo le serate con dei giochi di presentazione recuperati tra i ricordi dei nostri primi giorni di scuola, come il gioco del gomitolo che si dipana nel cerchio e poi si ricompone legando uno ad uno i nomi delle persone e quello della “scarica di energia” da passare con un battito di mani e con il nome del destinatario; fin da subito ci siamo così resi conto di quanto fosse importante lavorare con la gestualità, con oggetti concreti e con il movimento.

Un uomo entra in una pizzeria che tutti, seduti intorno a un tavolo al centro della sala, riusciamo facilmente a immaginare. – Buonasera buon uomo, voglio mangiare perché ho fame – dice perentorio.

– Certo, ti do questo foglio … “il menù” – come qualcuno suggerisce. – Avete la pizza? – viene subito chiesto, ma la risposta è negativa. – Avete il pollo? – ma ancora al bancone viene scossa la testa; – Riso con pollo? – No, neanche questo. Dopo qualche minuto di altre domande arriva la spiegazione: – Mi dispiace lo chef è andato via. – Il cliente allora si alza stizzito e se ne va sbattendo l’immaginaria porta di ingresso.

Le scenette sono state una delle attività che con più frequenza abbiamo riproposto. Grazie all’ambiente non giudicante instauratosi sono risultate utili per superare la timidezza e per far dialogare tra loro i ragazzi, che si sono potuti cimentare con una lingua che per alcuni era ancora solo costituita da poche manciate di parole. Durante il primo mese di laboratorio ci siamo così trasformati in pompieri, poliziotti e idraulici che arrivavano con prontezza dopo una chiamata telefonica. Nel secondo mese invece, in cui l’oggetto scelto è stato il cibo, oltre al cliente, il cameriere e lo chef abbiamo visto aggirarsi per la sala speziali che contrattavano, contadini, fruttivendoli e anche particolari panini con abbinamenti improbabili (per fortuna solo di carta). L’ultimo mese invece è stato importante per imparare a muoversi in città: ci siamo esercitati su segnali stradali e cartine di Modena.

Oltre alle risate dei tanti “rubabandiera” fatti insieme e delle scene teatrali, all’impegno messo nel cercare di costruire una frase senza usare neanche una parola di inglese o francese, rimangono i tanti cartelloni costruiti insieme durante i laboratori dove venivano appuntate le frasi importanti, le parole nuove e poi fotografati da tutti i ragazzi per potersi esercitare a casa.

Per noi, improvvisati maestri, rimane anche la commozione della gita di gruppo alla mostra “In fuga dalla Siria” in cui, nei panni di famiglie in fuga dalla guerra, abbiamo scelto i nostri percorsi aiutati da chi tante di quelle tappe le ha attraversate fisicamente poco tempo prima. È stata un’occasione in più per ricordarci della profonda contraddizione di un mondo che permette ad alcuni di muoversi liberamente, velocemente e low cost e obbliga invece altri ad intraprendere viaggi estremamente costosi, lenti, sempre più pericolosi e che per troppi non avranno mai ritorno.

La chiesa in uscita

Lunedì 5 giugno il vescovo Erio Castellucci ha presieduto, nella chiesa cittadina di San Benedetto, la celebrazione eucaristica con il mandato ai giovani che partiranno per esperienze di missione: Giulia Ballarotti, maestra, che trascorrerà 6 mesi in Mozambico, con le suore Comboniane, e gli altri 50 giovani che condivideranno tempo ed esperienze Madagascar, Paraguay, Sri Lanka, Ciad, Perù – qui andranno anche 4 seminaristi con il rettore don Federico Pigoni – Albania e Angola. In Ciad andrà anche il vescovo Erio per incontrare il vescovo Henri Coudray della diocesi di Mongo, con cui la nostra sta stringendo negli anni il legame di amicizia. Presenti alla celebrazione anche Rosa e Agnese Chiletti, quest’ultima da poco rientrata dalla Thailandia, suor Gemma Montorsi, che da 42 anni è impegnata in Tanzania, a Usokami, insieme al suo parroco, don Vincent; e ancora padre Filippo Ivardi Ganapini, che ha seguito la formazione dei giovani in partenza, don Eligio e don Arrigo, missionari rientrati dal Brasile, ma sempre vicini a chi sceglie di vivere un’esperienza di condivisione. E una intera comunità, non solo la parrocchia di San Benedetto, gli alunni di Giulia, gli amici e le famiglie dei giovani che partiranno, davvero come mandati da una intera Chiesa.

Il vescovo, commentando le letture del giorno, ha affermato che “anche oggi sono migliaia gli annunci come quello della prima lettura, ‘uno della nostra gente è stato ucciso’, migliaia gli omicidi, per vendetta, per scartare i deboli, per denaro, per semplice rabbia. E ogni volta che è ucciso un uomo, possiamo dire che è uno della nostra gente. La storia del popolo ebraico è la storia di ogni popolo che subisce violenza; Gesù nel Vangelo dà una sua interpretazione di questa storia: sono uccisi via via i profeti mandati da Dio, e alla fine anche il figlio. E’ la storia di chi compie la giustizia e la proclama, e per quello dà fastidio, che agisce come una coscienza supplementare scomoda, per alcuni insopportabile. Di chi tocca equilibri e compromessi del cuore che non sopportano di essere sconvolti. Che buona notizia è l’eliminazione dei deboli, di profeti? Nulla di nuovo e gioioso in queste cronache quotidiane. Ma Gesù non vuole accodarsi a chi registra soltanto queste notizia: il testo del Vangelo finisce infatti con la citazione di un salmo: ‘la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo’. Ecco la buona notizia nella cronaca nera di sempre, ecco il raggio di speranza nella situazione disperata. E’ Gesù stesso quella pietra angolare, in lui sono color che soffrono per la giustizia e portano avanti il grido dei giusti. E alla fine vincono loro, quelli che sono uccisi, umiliati ingiustamente, calpestati, perché vincono in Gesù, che ha incontrato tutti gli emarginati, i poveri, chi non può esibire nulla, progettare, far leva sulle qualità umane. Gesù però ha anche incarnato coloro che spendono la vita per proclamare la giustizia, il valore del Regno, le beatitudini, che consistono nello spendersi perché tutti gli uomini possano vivere degnamente.  Anche noi vogliamo essere buoni annunciatori, per continuare a farci in ogni luogo portatori della buona novella, e contrastare la resa di fronte all’ineluttabilità della violenza. Se Gesù ha vinto la morte, c’è speranza per tutti. Per essere annunciatori credibili, cominciamo a trasformare le morti quotidiane in resurrezione, il rancore in affetto; se inseriamo pezzetti di resurrezione ogni giorno, testimoniamo efficacemente che la pietra scartata diventa pietra angolare. L’animo con cui questi giovani partiranno è lo stesso con cui gli altri rimangono a casa, per trasformare il presente a partire dal nostro cuore, dove l’unità di misura è l’amore, dove il Signore possa continuare a far splendere la luce della speranza”.

I Sacramenti: che belli!!!

Riflessioni a seguito della I Comunione, delle cresime e del matrimonio di Simone e Samantha

Siamo troppo abituati a celebrare i Sacramenti.

Noi, diversamente dalle chiese che chiamiamo “giovani”, abbiamo ridotto troppo spesso la pratica della fede ad una ritualità ripetitiva. Ci siamo così abituati. Abituati a riti che non di rado sono sempre uguali a se stessi e che “rassicurano” perciò, perché “siamo andati a messa”, “abbiamo soddisfatto il precetto”, ci siamo “pacificati la coscienza”, evitiamo di sentire quel “non so che perché non sono andato”…

Se ritorniamo però ad essere una chiesa che mette al centro il Vangelo e il suo ascolto, che accetta di essere un Popolo in dialogo con il suo Dio, allora i sacramenti cessano di essere riti ripetitivi, quasi “atti amministrativi” e ritornano ad essere “gesti”, i gesti con cui il Signore esprime la sua relazione di amore con noi e ci invita a rispondere con il nostro amore.

Così sono state quest’anno le esperienze vissute nel mese che si è appena concluso: la prima comunione dei bambini (e dei loro genitori!) il 7 maggio, una celebrazione dolce e carica di annuncio evangelico; la celebrazione della cresima dei ragazzi di II media il 21 maggio, con la sua forza simbolica, soprattutto nella consegna della luce fatta dai genitori ai figli portando a compimento il gesto che fu fatto al loro battesimo; la celebrazione della cresima di nove adulti presieduta dal nostro vescovo il 28 maggio, carica di intensa sorpresa per questi adulti che hanno camminato tutto l’anno per giungere a questo compimento; il matrimonio di Simone e Samantha, infine, venerdì 2 giugno: una vera festa di tutta la comunità, una celebrazione non solo loro, ma veramente “nostra”.

Ecco come sono “belli” i sacramenti, quando li rendiamo veri e significativi: quando smettiamo di logorarli (e di logorarci!) con una stanca ripetitività; quando smettiamo di servircene per riempire il nostro vuoto di vangelo con gesti che sarebbero magici, quando decidiamo di esserci con tutto noi stessi anziché esserne spettatori, quando decidiamo di implicarci, di mettere in essi la nostra vita (la nostra vita faticosa, come dice il Papa), perché entri in contatto con la Sua Vita eccedente, in comunicazione con la dolcezza e la profondità del suo amore.

I sacramenti non sono riti magici, ma gesti di relazione. E il Signore, nonostante noi “c’è”, è presente… Quando anche noi “ci siamo”, vi entriamo nella verità per la porta del Vangelo ascoltato e accolto, allora esplodono di vita e noi usciamo dalla nostra stanchezza e dal nostro peccato.

 

don Ivo

Articolo della Co.Ca. (Comunità Capi)

Uscita di Comunità Capi (Co.Ca.) – Capanno Tassoni, 14 maggio 2017

Uno stimolo, la coscia si muove per svegliare il ginocchio che tenendo saldo il polpaccio batte un colpo svegliando il piede intorpidito. Un passo e lo scarpone affonda nel fango. Un altro e il piede si appoggia su una pietra spigolosa. Camminare è fatica, una fatica meravigliosa se fatta insieme.
Questo weekend è stato per noi capi scout che siamo comunità, una comunità aperta che cammina, guida, pensa e condivide. Solitamente il nostro compito consiste nel coordinarci insieme per le varie attività scout e parrocchiali, dai più grandi ai più piccoli. Lasciate riunioni organizzative ed incontri educativi ci siamo dedicati a due dei punti più importanti dello scoutismo: la strada (come condivisione della fatica e percorso personale) ed il fare comunità (vivere da fratelli ed essere Chiesa). Il solito appuntamento settimanale è diventato un’uscita di due giorni e la nostra meta era il Lago Scaffaiolo, raggiunto a piedi partendo dal Capanno Tassoni in una giornata di sole.
Nel fare servizio noi capi condividiamo per un anno intero un cammino educativo spesso percorrendo sentieri diversi, anche se vicini tra di loro. Essere educatori è difficile. Talvolta occorre fermarsi e guardare il percorso dietro di noi, ricordarci l’un l’altro che la meta che abbiamo è la stessa, e che un’asperità per quanto spiacevole non rende inutile tutto il viaggio.

Riccardo Gardinali

Alcuni passi per un cammino comunitario a S. Lazzaro

Il 21.4.2017 si è riunito il Consiglio Pastorale Parrocchiale per fare una prima riflessione di questi mesi trascorsi insieme dopo l’arrivo di don Raffaele, valutare l’opportunità di due incontri per la comunità guidati dai responsabili di Caritas diocesana nell’ambito del progetto “Rifugiato a casa nostra” e ragionare sulle S. Messe festive.

E’ emersa con grande chiarezza e semplicità la percezione di tutti i gruppi delle novità introdotte (progetto di accoglienza e collaborazione con San Pio X in particolare), che però lo sono state attraverso un serio coinvolgimento della comunità. Ciò non ha compromesso o rallentato oltremodo la capacità di decidere; anzi, proprio perché condivise, tali novità ci sono sembrate apprezzabili. E se, in qualche misura, le novità portano sempre un po’ di apprensione, questa va superata con fiducia quando si vuole crescere. Tutti hanno colto come novità lo sforzo del parroco di coordinare le esperienze dei gruppi, che in passato hanno spesso operato in modo non ben collegato al resto della comunità: questo pungolo sta aiutando a creare comunione e a precisare e qualificare i contenuti delle attività di tutti.

Don Raffaele segnala lo spirito di accoglienza nei suoi confronti che ha colto nella comunità e che si è tradotto in una collaborazione fattiva: questo modo di operare va generalizzato il più possibile, ed anche a tale scopo va messo in cantiere un servizio di segreteria, necessario sia a ricevere i contatti che i fedeli richiedono alla parrocchia, sia a coordinare sempre meglio il lavoro di chi vi opera. Un richiamo particolare, in tal senso, riguarda la gestione e manutenzione delle opere parrocchiali: tutti possiamo sempre più percepire che la parrocchia è casa nostra, crescendo anche nell’esercizio della responsabilità anche verso le strutture che abitiamo. I servizi semplici – ma necessari – di una casa (tenere in ordine, pulire, curare gli ambienti) sono un indicatore concreto della nostra appartenenza ad essa.

Sempre nella logica di meglio coordinare e coinvolgere tutti quelli che hanno a cuore la parrocchia è importante aumentare la circolazione del giornalino (ad es. attraverso le distribuzione alle famiglie del catechismo e al termine della messa).

Relativamente alla proposta di due incontri per la comunità guidati dai responsabili di Caritas diocesana, nell’ambito del progetto “Rifugiato a casa nostra” verrà realizzato un primo incontro di carattere informativo sul tema della migrazione, dell’accoglienza e delle politiche europee (4 maggio), in modo da aiutare a avere i dati reali del fenomeno ed evitare il rischio della superficialità. Seguirà un secondo incontro (18 maggio), che parlerà invece a partire dal tema dei sentimenti e vorrebbe essere un modo per risvegliare, a partire da una via ‘affettiva’, il senso di comunità e di accoglienza.

Relativamente alla Messa domenicale, don Raffaele ha espresso la sua convinzione che una Messa unica, in cui tutta la comunità si riunisce, sia un potente strumento di comunione e di costruzione della comunità stessa, più importante che adeguare le modalità della liturgia al “tipo” di fedeli, come avviene ora alle 10 nella messa dei bambini. Nonostante l’ora tarda, su questo tema si è (giustamente) accesa una discussione, da cui sono emerse sia prospettive positive di cambiamento, sia resistenze, motivate soprattutto dal desiderio di far partecipare attivamente i bambini alle celebrazioni. Al termine della discussione non si è giunti ad una decisione e non era questo l’obiettivo; occorrerà un lungo lavoro fatto da tutta la comunità per poter pensare ad un cambiamento di questo tipo. È stato però importante tirare fuori l’argomento, per iniziare a parlarne insieme; a tal fine, il prossimo Consiglio Pastorale che avrà luogo a fine maggio sarà dedicato in buona parte a questa riflessione.

Marco e don Raffaele

Maggio: rosario ogni sera dal lunedì al venerdì alle ore 21

Preghiera del Rosario nel mese di maggio

Rosario ogni sera dal lunedì al venerdì alle ore 21

Lunedì: preghiamo per il papa, il nostro vescovo, la chiesa, con il rosario animato dalle suore
Martedì: preghiamo per la pace, i rifugiati, i poveri, animato dalla san Vincenzo e dalla Caritas
Mercoledì: preghiamo per le missioni e per la parrocchia, animato da don Arrigo
Giovedì: preghiamo per gli ammalati e gli anziani, animato dai ministri dell’eucarestia
Venerdì: preghiamo con le famiglie e i ragazzi del catechismo