Quale parrocchia per custodire e comunicare la fede? Report da S. Lazzaro

Il 29 settembre ci siamo ritrovati per il primo di cinque incontri proposti alle parrocchie del Vicariato. Si è trattato di un incontro-laboratorio che ha avviato una riflessione sulla comunità parrocchiale. Che idea di comunità abbiamo? Cosa ci piace e ci fa stare bene? Cosa invece, secondo noi, non va? Domande che avevano il compito di mettere a fuoco una prima immagine di comunità.

Così ci siamo detti: la parrocchia è un luogo di incontro e di conoscenza, di dialogo e di condivisione; è un punto di riferimento per la vita spirituale che aggrega anche altre dimensioni dell’essere, per es l’essere cittadini; è luogo dove impariamo ad amare le persone e a farci carico dei loro problemi; è qualcosa di caro, come le nostre case, e lo si vede dalla cura che ne abbiamo; è bello quando la sentiamo partecipata, soprattutto dai giovani; vi si trovano molti servizi grazie a diverse persone che investono qui tempo energie e passione. Stiamo male quando la vediamo poco praticata, poco sfruttata (per le cose buone che può dare), poco curata; tra i punti di debolezza c’è forse una povertà di momenti di preghiera e di formazione spirituale. Così abbiamo costruito una prima immagine con una forte connotazione emozionale, tracciata sulla base del nostro vissuto e delle nostre esperienze.

Questa descrizione ha un problema: deriva da una immagine che abbiamo dentro di noi, dove vediamo delle parti che vanno e delle altre che sono da implementare; corrisponde a un modello statico e “funzionalistico”. Modello che ha vita autonoma, senza più un riferimento diretto al Vangelo e al compito primario di una comunità di credenti, che è, come dice il titolo: custodire e comunicare la fede. Perciò c’è un lavoro da fare per passare da questa prima immagine (che descrive una realtà ormai fallimentare) a una seconda, dove la parrocchia corrisponda di più alla sua vera anima. Dobbiamo recuperare dei criteri evangelici, che ci facciano sviluppare una dimensione dell’ essere comunità più essenziale e più capace di comunicare il Vangelo: una comunità che già in sè è una buona notizia! Una comunità aperta e accogliente, gioiosa, che si lascia interrogare e guidare dal Vangelo, capace di suscitare negli altri degli interrogativi sul senso della vita e sulle cose che importano.

Ci ha aiutato a fare questo passaggio (dalla prima immagine alla necessità di formularne una seconda) la lettura di un breve brano di don Ivo che descrive una parrocchia “media” delle nostre zone: chiesa, canonica, campanile, opere parrocchiali, strutture varie, una moltitudine di servizi, il personale preposto … con un’occupazione di spazi molto significativa, posta quasi al centro del quartiere. Mentre la parola “parrocchia” (in greco: parà – oikia, cioè: presso le case) suggerisce una realtà più leggera, più sottile, quasi una atmosfera amorosa che circonda le case degli uomini. In testa noi abbiamo soprattutto elementi della descrizione che fa don Ivo; una parrocchia che occupa un territorio, con una certa vistosità (e d’altra parte certi servizi come il catechismo seguono principi territoriali), che, soprattutto nel passato, ha cercato di costruirsi con un forte grado di autosufficienza rispetto alla società civile (per es nel campo educativo) e che tuttora è autosufficiente rispetto alle altre parrocchie (nella sua parrocchia un fedele deve trovare tutto quello che serve alla sua vita spirituale, senza andare a cercare altrove); dove i vari servizi funzionano in modo autonomo (assumendo pienamente la delega: tu ti occupi di questo e tu di quello); dove vai e se ti serve una cosa la trovi.

Il punto è: come passare da strutture “elefantiache”, sovradimensionate, burocratizzate, autoreferenziali a una realtà essenziale, che rimanda subito al Vangelo? La risposta al prossimo incontro! No, sto scherzando. La risposta non è facile, non è già data, ma cercheremo di darcela insieme nei prossimi incontri e nei prossimi anni. E’ una avventura della ragione e dello spirito, questo riflettere e sperimentare sul volto delle comunità perchè rimandi al volto del Signore e non a un insieme di uffici. Tutto questo lavoro ci è anche servito a predisporci all’incontro (il secondo dei cinque) del 19 ottobre, nella chiesa di san Giovanni Evangelista, alle 21, dove il vescovo Erio parlerà di “cosa è essenziale per la vita di una parrocchia”. Dopo questa serata avremo un altro momento di “laboratorio” dove prenderemo gli elementi che don Erio ci avrà lasciato e cercheremo con essi di abbozzare un po’ questa seconda immagine di comunità.

Carlo

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