Responsabilità e servizio

Lunedì 2 marzo il comune di Modena ha conferito la cittadinanza onoraria a Nino di Matteo, il pubblico ministero che a Palermo indaga sulle trattativa Stato-mafia e sul periodo delle stragi mafiose dei primi anni ’90. Per l’occasione è stato organizzato un incontro aperto alla cittadinanza al forum Monzani con la presenza anche di Don Ciotti presidente di Libera e da sempre in prima fila al fianco degli ultimi della società e contro le mafie. Avvicinandosi alla sede dell’incontro lo spiegamento di forze dell’ordine è impressionante, soprattutto per una città come Modena dove questa presenza è solitamente piuttosto discreta. La jeep dell’unità artificieri parcheggiata a pochi metri dall’entrata inizia a rendere l’idea della complicazione nell’organizzazione di questa serata: fare parlare insieme, nello stesso luogo due personaggi così in vista e più volte minacciati di morte da cosa nostra. Entrando, la sensazione diventa sempre più forte perché oltre alla quantità di militari in divisa si riconoscono chiaramente anche gli uomini della scorta vestiti in borghese.

Verso le 21.20 i due ospiti arrivano nella sala. E cala un religioso silenzio. L’aria è piena di attesa e di interesse. I presenti emanano rispetto e partecipazione ancora prima che l’incontro inizi. Nemmeno nella nostra chiesa, prima della messa, così tante persone sarebbero in grado di fare così tanto silenzio. E finalmente sotto la guida incerta della giornalista dell’ANSA Giulia Seno si inizia.

Il primo intervento è per Di Matteo che senza giri di parole mette in chiaro qual è il problema principale del fenomeno mafia in questo momento. Dopo quasi 30 anni dal maxiprocesso di Palermo, dopo 15 anni da quando si è insediato a Palermo, anni in cui sono risultate sempre più evidenti le relazioni mafia-politica-imprenditori-finanza, la lotta alla mafia deve fare un salto di qualità. Perché la mafia è programmata nel suo DNA per convivere con le istituzioni, per influire sulla politica. Molti capi mafiosi sono stati medici, avvocati, politici, imprenditori. Rispetto ad anni fa la situazione è migliorata dal punto di vista operativo poiché quasi tutti i capi dell’ala militare della mafia sono reclusi. Ma è necessario un salto di qualità per recidere i legami con le istituzioni. Il problema è volerlo. La situazione è preoccupante: due degli ultimi tre presidenti della regione – Cuffaro e Lombardo per non fare nomi – sono stati condannati almeno in primo grado per fatti di mafia. Borsellino pochi giorni prima di morire si lamentò del fatto che era sempre demandato al giudice penale la sanzionabilità del rapporto politico-mafioso. Ma spesso la frequentazione tra un mafioso e un politico, che aumenta il prestigio del mafioso, ma non è penalmente condannabile. Il problema passa quindi nel campo della politica. Non viene mai fatta pesare una condotta politica deprecabile, anche se non penalmente punibile. Di Matteo sostiene che da quando Borsellino pronunciò queste parole la situazione è peggiorata. I politici – di ogni colore politico – in questi 20 anni si sono continuamente riparati dietro l’attesa della fine del processo. Ma esistono sentenze definitive che provano che il senatore della Repubblica Italiana Marcello Dell’Utri – sempre per continuare a non fare nomi – è stato mediatore tra alcuni esponenti mafiosi e Silvio Berlusconi, allo scopo di stipulare un patto di protezione dei primi nei confronti del secondo dal ’74 almeno fino al ’92. Nonostante questo, Dell’Utri ha avuto per anni un ruolo politico di primo piano fino a pochissimo tempo fa e ancora oggi Berlusconi può discutere di riforme costituzionali con l’attuale capo del governo. Nemmeno le sentenze definitive fanno si che ci si assuma la responsabilità politica di questi atti. E di responsabilità parla anche Don Ciotti, visto che ormai “legalità” ed “educazione alla legalità” sono parole abusate e annacquate che si usano solo a seconda della convenienza del momento. La responsabilità consiste nell’essere cittadini e cittadini onesti nelle piccole cose come nelle piccole scelte di ogni giorno. Ma anche nell’informarsi e nel voler capire cosa succede. Ad esempio in quanti sappiamo che un’inchiesta contro la ‘ndrangheta ha portato a 117 arresti nella nostra regione il mese scorso? Non esiste legalità senza uguaglianza. Ma nel nostro paese abbiamo reso legale anche calpestare i diritti di alcune categorie di persone come avviene per i migranti. Per cambiare qualcosa, secondo Don Ciotti, è necessario rivedere l’impianto di trasmissione della sapienza e della conoscenza civile e sociale di questo paese. Per questo è meglio parlare di responsabilità. Perché riguarda tutti. Perché viene prima della legalità. Perché è un problema di cultura in un paese come il nostro in cui siamo all’ultimo posto per dispersione scolastica in Europa e ci sono 6 milioni di analfabeti. E la cultura risveglia le coscienze. Perché è un problema anche di memoria visto che già nel 1887 un bollettino della diocesi di Palermo denunciava la collusione tra la buona società e la mafia e negli anni ’40 i vescovi siciliani, prima di papa Francesco, si esprimevano con toni simili alla scomunica contro i mafiosi. La mafia si sconfigge se combattiamo la corruzione, che ne è l’incubatrice, se si affronta il problema della disoccupazione, che costringe molti all’illegalità per sopravvivere, se si punta sui giovani e sulla loro cultura, per formare delle coscienze. La serata prosegue tra interventi delle autorità modenesi – sindaco e capo del consiglio comunale – e domande del pubblico. A una domanda sulla speranza Di Matteo risponde dicendo che i segnali positivi vengono dal basso poiché l’assuefazione alla presenza della mafia non si è completata. C’è parte di popolazione che ha bisogno di comportamenti credibili dei rappresentanti delle istituzioni. E chiosa: la mafia si sconfigge prosciugando la mentalità mafiosa. Si può avere una mentalità mafiosa senza essere mafiosi; questo avviene quando si cercano favori, scorciatoie, mezzucci o quando ci si rifugia nell’indifferenza. L’indifferenza è stato il terreno di coltivazione della mafia. Senza l’indifferenza non saremmo arrivati a questo livello del problema. Nonostante tutto Di Matteo dice di credere nella capacità di indignazione dei giovani e nel fatto che una reazione dello Stato e della società sono possibili non solo “davanti al sangue caldo delle vittime di mafia”. Infine Di Matteo ringrazia le autorità, i presenti e tutti i cittadini di Modena per la cittadinanza onoraria. Lo considera come uno stimolo ad andare avanti e come un gesto importante per un magistrato per la possibilità di avere un contatto diretto con la cittadinanza e di ricordarsi il proprio ruolo: un ruolo di servizio della cittadinanza e soprattutto dei più deboli. L’incontro volge alla conclusione. Uscendo dalla sala e guardando con spavento e ammirazione l’immensa macchina della sicurezza che si mette in moto per poter permettere ai due protagonisti degli spostamenti sicuri, rimane la sensazione di aver potuto assistere a un dialogo tra due uomini veramente uomini. Non tanto per la grandi scelte o i grandi eventi che si trovano a vivere, quanto per la capacità di mettersi tutti i giorni al servizio degli altri, di tutti noi, nella differenza delle loro specifiche vocazioni.

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