Una responsabilità di tutti

Nell’ultimo consiglio pastorale, nonostante l’influenza che ha dimezzato i partecipanti, si è verificato un importante momento di bilancio di metà anno.

Ci si è infatti confrontati sull’ultimo ciclo di incontri relativi al laboratorio della carità svolti tra novembre e dicembre domandandoci se e come questo ambito possa divenire effettivamente lievito per far crescere una dimensione di attenzione a e condivisione con i fratelli più poveri. Don Ivo ha infatti evidenziato come la partecipazione sia stata sì positiva e buona, ma come poi non ci sia stato un risvolto concreto con il rischio di continuare a relegare la questione della carità al solo centro di ascolto. Ne è emerso un dibattito arricchente e vivace che ha sottolineato quanto siano forti le difficoltà in generale da parte della nostra comunità di sentire come propri certi appelli, in primis proprio quelli relativi all’attenzione verso i più deboli; non che si debba tutti diventare volontari del centro di ascolto, ma uno sguardo più attento da questo punto di vista (uno dei laboratori era infatti intitolato “educare allo sguardo”) sarebbe maggiormente importante.

Don Ivo ha inoltre aggiunto che si può incorrere nello stesso rischio per la seconda parte dell’anno pastorale quando si affronterà il tema del Secondo Annuncio nella catechesi. Molti hanno poi cercato di motivare che il motivo per cui la comunità fatica a recepire determinati appelli nasce dal fatto che questi ultimi esulano dal proprio gruppo di appartenenza; insomma se il cammino riguarda il proprio gruppo la risposta è positiva, anzi spesso (come accade nei gruppi di catechismo) anche superiore alle attese, ma se gli incontri sono rivolti genericamente alla comunità ecco che il singolo non si sente coinvolto. Una possibile spiegazione a tale atteggiamento nasce anche dal fatto che la partecipazione ad un momento formativo non è ancora sentita come “necessaria”, nel senso buono del termine: chi partecipa ad un cammino si sente già coinvolto ed è preoccupato di non perdere soprattutto quello, per cui sente altre chiamate come una sorta di surplus a cui non sempre riesce a rispondere, anche per difficoltà oggettive di organizzazione famigliare (ciò ovviamente vale soprattutto per gli adulti).

Si è poi evidenziato che il momento “formativo” per eccellenza a cui nessuno cerca di mancare è proprio la messa domenicale: l’eucarestia domenicale accomuna tutti per cui essa stessa è un momento di formazione; ovviamente non può essere troppo “stravolta” e non può diventare un incontro formativo, tuttavia propone al suo interno momenti che possono essere valorizzati maggiormente.

A proposito della carità infatti si è notato come la raccolta della spesa ha avuto grande successo a dimostrazione dell’importanza della centralità della messa come  momento celebrativo di tutti e per tutti al fine di favorire questa condivisione più sentita. A tal proposito sono emerse molte idee (ogni gruppo del catechismo potrebbe cercare di “porre la propria vita nella liturgia” sottolineando un po’ quello che sta vivendo, come d’altronde si faceva qualche tempo fa….), tuttavia si è sottolineato come le difficoltà a maturare questa sensibilità nascano un po’ dalla modalità individualistica con cui viviamo la messa stessa. Su questo infatti tutti dobbiamo camminare, in primis i membri del consiglio pastorale perché se la “punta dell’iceberg” della comunità non partecipa con coinvolgimento non si può pretendere altrettanto da tutti. Anche per questo motivo i prossimi incontri sono stati preparati dai membri del consiglio, come gli anni precedenti, al fine di favorire il più possibile un senso di una comunità che cammina e collabora insieme.

Rimane tuttavia la difficoltà a trasmettere l’importanza di certi appuntamenti che esulino da questi momenti “istituzionali”. Tale preoccupazione è forte soprattutto per i momenti di preghiera come i ritiri e/o le lectio divine che non devono rischiare di cadere nel vuoto.

Insomma si è concluso che i primi evangelizzatori sono proprio i componenti la comunità parrocchiale che, come una sorta di lievito nella pasta, possono favorire la nascita e la diffusione di una maggior appartenenza e partecipazione alla parrocchia stessa, soprattutto da parte di chi si ritiene un po’ “ai margini” di essa.

 

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