Natale: un Dio che si fa “prossimo”

Il prossimo per Gesù: rovesciare il modo di pensare

Nella parabola del Buon samaritano, a tutti nota, che abbiamo posto come punto di riferimento per il nostro cammino del “laboratorio di animazione sulla carità”, vissuto in parrocchia in questo autunno 2014, Gesù non risponde alla domanda “e chi è il mio prossimo?” in modo puntuale ma, come spesso fa, racconta una storia.

In tal modo, Gesù permette a colui che lo ascolta di uscire dalle sue categorie, dal suo modo di pensare. Mentre racconta, Gesù fa fare un percorso. La domanda di partenza ‘chi è il mio prossimo’, considera l’altro come fosse una categoria; la risposta di Gesù è ‘chi è stato prossimo all’uomo che giaceva mezzo morto per la strada?’. Raccontando, Gesù cambia la prospettiva del suo interlocutore.

A quali cambiamenti lo invita e ci invita?

  1. Il prossimo non è una categoria, ma è un’azione. ‘Si fece vicino’, dice il Vangelo. Non è qualcuno che mi viene incontro o che vedo, ma sono io che decido di avvicinarmi. Il Vangelo sembra dire che l’unica cosa che io posso cambiare è me stesso, non sono gli altri. Il lavoro che posso fare è su di me; io divento prossimo, quando decido di farmi vicino.
  2. Al cuore della scelta di ‘essere prossimo’ ci sono due verbi: vedere e avere compassione. Il Vangelo dice che tutti e tre i personaggi vedono, ma solo uno ha compassione (il verbo è quello che indica il muoversi delle viscere della madre,).

“Il samaritano diviene prossimo non perché filantropo, ma perché il suo cuore si spacca. Alla vista di quell’orribile spettacolo le viscere gli scoppiano in pezzi. Il termine ‘misericordia’ è un’esangue traduzione dell’esplanchnisthe evangelico. La parola del corpo precede ogni logos (= parola o pensiero intellettuale) e ogni azione consapevole … Il mezzo morto colpisce al cuore il samaritano, ed egli deve ‘rispondergli’ perché soltanto così può ‘rispondere’ alla sua stessa ferita. Facendosi prossimo a quell’uomo abbandonato, il samaritano si fa prossimo a sé, infonde olio e vino alla lacerazione che il proprio stesso cuore ha patito”. (M. Cacciari).

 

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La sofferenza dell’altro è quindi per me una ferita al cuore, a cui io devo rispondere. Rispondere all’altro significa rispondere anche alla mia ferita. Questo però non è semplicemente un moto di filantropia, di chi sta bene e si sente toccato da un ‘poverino’. No, la sofferenza dell’altro mi colpisce perché risveglia la mia sofferenza. L’altro, in fondo, mi fa da specchio: l’altro sono io. Perché ognuno di noi sente che dentro porta una sofferenza simile: che sia la debolezza, la tentazione di tradire, il fallimento e la vergogna, il senso di abbandono … sono le ferite di ciascuno di noi, che possono essere oggettivamente grandi o piccole, ma nel nostro cuore sono sempre il terreno di lotta contro la sfiducia. Per questo Gesù dice che noi possiamo amare gli altri ‘come noi stessi’: l’altro è me stesso, e io lo amo nella misura in cui sono capace di amare me stesso. Non è possibile amare gli altri e disprezzare noi stessi: le persone che si buttano sugli altri per ‘distrarsi’ dalle proprie ferite, per non doverle guardare, sono degli illusi, che non faranno crescere le persone, perché non conoscono la strada per se stessi.

  1. Questo percorso del Vangelo rende umani, in due sensi: rende umano l’uomo incontrato, ma rende umano anche il samaritano.

Rende umano quest’uomo perché gli viene riconosciuto un volto, perché finalmente è ‘visto’ da qualcuno senza che sia preso come un caso. Il sacerdote e il levita lo vedono, ma per loro rimane un caso. Stanno andando a Gerusalemme e non possono contaminarsi con il sangue, altrimenti sarebbero impuri per il culto. È uno dei tanti, è una categoria. Il samaritano, invece, ascolta l’appello di questo uomo, gli dà voce e gli dà attenzione, si lascia ‘contaminare’ dall’impurità del suo sangue, lo fa partecipe delle sue cose, del suo asino. E cogliendo l’appello, l’azione non può essere quella di ‘fargli la carità’, ma di prendersi cura, come ci si prende cura di una persona che soffre. Io tratto così un amico, non un estraneo. ‘Vedere’ finalmente una persona è renderla umana.

Rende umano se stesso. Perché lo costringe a incontrare la propria ferita, a fare un lavoro su di sé, a leggere dentro se stesso. Lo costringe ad attraversare il terreno di lotta della sua sfiducia, a stare davanti alla propria paura di compromettersi, di fidarsi; a stare davanti alle proprie ferite. Quand’è così, curare l’altro significa dire anche a me ‘davanti alle mie ferite c’è una possibilità di salvezza, c’è una risurrezione’. Questo mi rende umano: conoscere me stesso e cogliere l’appello di un’altra persona che mi chiede di essere riconosciuta.

 

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