Esserci o non esserci?

Il cammino di quest’anno sarà incentrato sul tema della carità e del Secondo Annuncio: così ha pensato il consiglio pastorale riunitosi giovedì 30 ottobre concludendo un periodo di riflessione sull’anno pastorale iniziato già lo scorso giugno e ripreso, seppur per cenni, a settembre. La volontà di trattare queste tematiche è nata da due eventi contingenti: il “rinnovo” del centro di ascolto e la riflessione sull’itinerario del Secondo Annuncio in quanto con quest’anno giunge a termine il primo ciclo di catechesi iniziato ormai sei anni fa. In realtà un “bilancio” e un “laboratorio di idee” per capire come ripartire sembrano due motivi alquanto distanti tra loro per accomunare due percorsi così differenti (il tema della carità e quello della catechesi). E’ infatti vero che, come qualcuno del consiglio ha giustamente fatto notare, sarà un po’ difficile riuscire ad armonizzare in un unico cammino due itinerari così diversi. Tuttavia è importante che si rifletta su entrambi questi aspetti soffermandosi a sottolineare ciò che li accomuna: in tutti e due casi si tratta infatti di cercare i modi migliori per trasmettere la fede, pur con approcci differenti. Ma per trasmettere la fede oggi occorre riconsiderare come noi stessi viviamo il vangelo. Il Secondo Annuncio, infatti, non è solo un “metodo” nuovo per aggiornare la catechesi nell’odierno orizzonte culturale, è anche un nuovo modo di vivere la fede, di educare non solo ai ma con i sacramenti, così come la carità non è un modo per imparare a risolvere le condizioni di povertà, quanto un modo per imparare a come condividere tali condizioni. Per questo motivo infatti i due itinerari non sono irrelati affatto: il rischio è di interpretarli come percorsi per gli “addetti ai lavori” (il laboratorio di carità per gli operatori del centro di ascolto, il Secondo Annuncio per i catechisti della nuova iniziazione cristiana). E’ questa impostazione mentale che dobbiamo superare: i due percorsi sono rivolti a tutta la comunità perché se non c’è una comunità accogliente che si accorge delle povertà che la abitano né della richiesta di senso che latentemente la pervade (anche in modo un po’ caotico come a volte succede da parte dei bambini) rimarrà sempre una comunità auotereferenziale; magari efficiente perché ha un centro di ascolto funzionante, magari variegata perché attraversata da tante famiglie, ma rischiosamente cieca soprattutto verso le novità di fede che la abitano e devono essere solo valorizzate. E’ quindi importante che (per andare per ordine) tutta la comunità si senta coinvolta in questi primi incontri sulla carità: non sono infatti rivolti agli operatori del centro di ascolto (che tra l’altro hanno già svolto e svolgeranno con i nuovi volontari un percorso ad hoc), ma a tutti perché tutti dobbiamo essere educati ad uno sguardo differente verso la povertà che non è solo un problema sociale (di cui lamentarsi o tentare di risolvere), bensì un modo per arrivare a Dio.

Allo stesso modo a partire da gennaio si svolgeranno gli incontri sul Secondo annuncio attraverso la visione di un film, un incontro con Don Ivo (d’altronde avendo come parroco uno dei referenti nazionali dell’itinerario non potevamo fare altrimenti….) e un incontro finale di restituzione di quanto emerso. L’idea poi è quella di organizzare uno spettacolo (sulla falsariga di quello sul concilio) da mettere in scena nell’autunno del 2015. Proprio per il numero degli appuntamenti (e ce ne siamo dimenticati tanti altri tipo il ritiro d’avvento) si è pensato di svolgere la lectio divina nei venerdì di Quaresima anziché in Avvento. A questo punto qualcuno giustamente potrebbe pensare (soprattutto dopo aver visto il verbale del consiglio molto più dettagliato di questo articolo e gli appuntamenti previsti esposti nel giornalino): Aiuto!! Quante date!! Quanti appuntamenti!! Non riuscirò certo a farli tutti….E’ vero, ma è proprio questo che dobbiamo cambiare: non è la sola presenza fisica a determinare la costruzione di una comunità, ma anche e soprattutto il coinvolgimento mentale. Si tratta cioè di assumere uno stile di coinvolgimento in cui quello che si propone per tutti lo sento mio, anche se non riesco ad andarci; tutt’al più mi informo su quanto si è detto o su cosa è successo confrontandomi con gli amici o attraverso i nostri validissimi organi di informazione (un po’ di pubblicità pro domo COMCOM ci sta sempre bene….). E’ questa capacità di “uscire dal proprio guscio”, di assumere uno stile di appartenenza senza grandi gesti eclatanti ma con piccole azioni che dobbiamo maturare senza dare per scontato che qualcuno, comunque, ci sarà.

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