Una comunità del Secondo Annuncio

Incontro con Don Antonio Facchinetti

Cosa vuol dire “Secondo Annuncio”? E’ a questa domanda che si è cercato di rispondere giovedì 18 con l’aiuto di don Antonio Facchinetti, direttore dell’ufficio dell’Evangelizzazione e della catechesi della diocesi di Cremona. Per affrontare tale enorme questione non si può trascurare il Concilio Vaticano II, punto di riferimento per poter gettare le basi di una comunità accogliente. Paolo VI nel discorso di chiusura afferma che “la chiesa deve cogliere la società nel suo rapido cambiamento […] la regola deve essere la carità, una simpatia senza limiti per gli uomini”. La simpatia non è un atteggiamento banale, ma è ascolto e condivisione e deve essere una caratteristica della Chiesa; al contrario si tende a dare giudizi, a diffidare del mondo mentre invece una comunità vitale deve innanzitutto esprimere entusiasmo: non si può arrivare al vangelo solo quando nel mondo si fallisce, solo come una sorta di “ultima spiaggia” dopo le delusione e i possibili fallimenti della propria vita. Non basta recuperare chi si è perduto: al contrario occorre suscitare gioia, bellezza, amore dall’incontro con Dio. Nella società di oggi Dio forse non sarà più utile o necessario, ma è bello poter credere.

In sostanza sta tramontando un certo cristianesimo: tale fenomeno anche se ci fa paura tuttavia è ormai inevitabile. La domanda da cui partire è: il vangelo oggi che centralità ha? Come struttura esperienze umane quali l’affettività, il lavoro, la festa, la fragilità… se tali esperienze sono completamente differenti da 50 anni fa? E’ necessario aver ben presente che le persone sono spossate nell’affrontare le sfide della vita: l’uomo oggi ha la “testa pesante”, è psichicamente affaticato, vive in una società complessa (una “società del disagio”) che tale rimarrà; e tutto ciò ci snerva, ci sfibra. Non si tratta di essere catastrofici bensì di guardare in faccia alla realtà: 20 anni fa ci siamo illusi e ubriacati della libertà e del piacere: l’uomo oggi rifiuta l’idea di non essere libero e si lascia catturare da una cultura esigente, competitiva, normativa che provoca una tensione emotiva che ci accompagna quotidianamente. Cosa quindi può dire il vangelo? Come una comunità, secondo il significato etimologico della parola catechesi, può “dargli eco” ? E’ chiaro che non possiamo ridurre più la fede ad una dottrina, ma come catechisti siamo ancora troppo preoccupati dei contenuti. E’ vero che esiste un analfabetismo di ritorno, che c’è una distanza enorme dai prerequisiti della fede, ma il il Vangelo è soprattutto relazione, è aiutare ad entrare nel senso religioso della vita. Anche a Cremona si sta sperimentando l’iniziazione dei genitori e una delle imprese più grosse è quella di non fare un cammino per la cresima e/o comunione senza un cammino per i genitori. Il secondo annuncio è soprattutto sintonizzarsi là dove gli adulti sono, prenderli sul serio; bisogna far emergere il vissuto delle persone: mi metto vicino a te, sento cosa vivi e ti annuncio il vangelo là dove sei (famiglia, lavoro, ecc…). Ma per fare questo è fondamentale il progetto: cosa può essere importante per annunciare il vangelo? Come mettere al centro la Parola di Dio? Come fare in modo che un adulto, pur nelle difficoltà, possa comunicare liberamente la sua fede?

In sostanza non possiamo semplicemente annunciare: occorre disincrostare i pregiudizi, le ferite, le fratture dovute alle rappresentazioni sbagliate della fede. La fede è ancora viva, presente, bisogna solo permettere che riemerga, nei suo tempi e nei suoi modi che sono completamente diversi da quelli a cui siamo abituati.

Stefano Collorafi

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