Una fede nel quotidiano

E’ un singolare segno del destino il fatto che il decennale della scomparsa di Don Antonio avvenga di domenica. Il 29 giugno di dieci anni fa, infatti, ci lasciava Don Antonio Zanfi che, come i più attempati frequentatori della parrocchia sanno, fu parroco di San Pio praticamente da sempre. Dopo un breve servizio nella parrocchia di San Lazzaro, assistette alla costruzione della chiesa di San Pio X e, nel 1959, ne divenne immediatamente il parroco. Come detto, è un singolare segno del destino o forse una sorta di omaggio del buon Dio ad uno dei suoi più fedeli servitori il fatto che l’anniversario cada di domenica, giorno dell’eucarestia e centro della vita cristiana quale fu quella di Don Antonio. Divenuto parroco rimase tale fino alla sua morte stabilendo, come era d’uso a quei tempi, nell’immaginario collettivo una sorta di identificazione con la parrocchia stessa (cosa che probabilmente farà inorridire il nostro attuale parroco…). Tuttavia non solo il suo ruolo (se si diceva San Pio si diceva anche Don Antonio), ma anche la modalità del suo essere parroco furono estremamente connesse con la nostra parrocchia. Praticamente non abbandonò mai San Pio se non negli ultimi anni della sua vita quando (prima volta in assoluto) fu costretto ad essere ricoverato in ospedale per i prodromi di un ictus che poi si scatenò definitivamente il 6 dicembre del 2003 allettandolo fino alla scomparsa; per il resto se andavi a San Pio potevi essere certo di trovare Don Antonio, intento a dire messa (sia quella domenicale che quella quotidiana) o a recitare il rosario in chiesa oppure a sistemare i paramenti sacri tra una celebrazione e l’altra. Una fedeltà al quotidiano unica che oggi è sicuramente difficile, oltre che da vivere, anche da capire: Don Antonio era non solo un prete, ma anche un uomo d’altri tempi, per i quali la quotidianità, appunto, era l’orizzonte fondamentale della propria vita, dimensione che oggi, dominati da una liquidità relazionale, che ci porta a elemosinare sempre più emozioni e novità, favorita un imperante internautismo, è assai difficile da comprendere, soprattutto per un giovane delle nuove generazioni. Ammettiamolo: non era sempre facile rapportarsi con Don Antonio: questa fedeltà era a volte un po’ maniacale e mal tollerava forme di religiosità un po’ più aperte e moderne; quanti brontolii, quante sfuriate, quanti rimproveri si potevano sentire lungo i corridoi della sagrestia o in cappellina perché quell’iniziativa di catechismo o quella messa era andata in un modo troppo “diverso”. A ciò si associava anche una carattere non sempre affabile che spesso si scontrava con la tipica vivacità giovanile per chi, come  me, quando era monello si lasciava andare a schiamazzi, urla o espressioni troppo audaci soprattutto durante le interminabili partite di calcio (in estate) o di giochi da tavolo (in inverno). Tuttavia don Antonio sapeva spiazzarci sempre mostrando un inaspettato lato di umanità quando, alla fine dell’anno pastorale, offriva a tutti i giovani della parrocchia “pizza e gelato” per il loro impegno e servizio oppure si dava da fare economicamente per sistemare il disastrato campo da calcio. Era un modo tutto suo di ringraziare che quindi esprimeva un sincero rispetto per chi si impegnava in parrocchia. Insomma: ora don Antonio riposa in pace nella casa del Padre e forse brontolerà ancora nel vedere quanto è cambiata la parrocchia (non solo dal punto di vista strutturale) con quel suo tipico ciondolare della testa che esprimeva grande disagio più di mille parole (soprattutto per chi doveva subire i suoi strali…). E’ però giusto che sia così: il nostro giudizio umano, per quanto razionale e logico, è sempre un giudizio limitato, influenzato da modi di vedere e punti di vista “terreni”; al contrario il Signore vede nel cuore. Una storiella ebraica dice che tutto il bene fatto che noi ricordiamo, Dio se lo dimentica, ma tutto il bene fatto che noi dimentichiamo, Dio se lo ricorda. Don Antonio è stata la testimonianza di questo bene che tutti noi tendiamo a dimenticare perché riposto nell’unico luogo che Dio vede e cioè il segreto del cuore.

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