Zaccheo, ieri e oggi

Una versione molto particolare del vangelo di Zaccheo ha intrattenuto la nostra comunità, e non solo, domenica scorsa nella chiesa di San Pio: Don Marco Campedelli, sacerdote di Verona, ha messo in scena, insieme alla sua compagnia “Il Nardo”, questo brano di vangelo in un modo molto speciale. Don Marco, infatti (si veda il numero scorso), ha da tempo iniziato un interessante percorso evangelic-artistico (un neologismo un po’ ardito, ma che rende l’idea) abbinando la sua passione per il teatro con le esigenze della pastorale. E così si può dire che la nostra comunità ha vissuto un vero e proprio ritiro di Quaresima poiché, attraverso la bellezza e la godibilità estetica di una rappresentazione scenica, si è potuto cogliere il valore etico del messaggio evangelico. Proprio questa stretta interconnessione (tipicamente evangelica) è alla base della peculiare esperienza pastorale di Don Marco. Ne è prova il fatto che lo spettacolo si è avvalso di una pluralità di linguaggi arrivando, in questo modo, a coinvolgere tutte le età. A partire dalla scena iniziale in cui un burattino animato dalla mano di Don Marco ha introdotto lo spettacolo facendo riferimento al primo libro della Bibbia (la Genesi) e al peccato di Adamo ed Eva catturando così l’attenzione dei più piccoli e introducendo lo spettatore più maturo al messaggio preminente dello spettacolo: considerare la Bibbia non come un millenario libro impolverato e stantio, ma come un testo sempre vivo ed efficace. Sempre nelle vesti di un burattino, con grande gioia e piacere dei piccoli, è comparso Zaccheo, presentato quale veramente era: un ricco pubblicano che aveva dedicato la sua vita a guadagnare e a contare soldi infischiandosene degli altri perché, ieri come oggi (gli ha ricordato un anacronistico, ma sempiterno Pantalone), “bisogna pensare agli sghei e non agli altri”. Come un simbolico gioco di specchi ecco che è iniziato un continuo alternarsi di vecchio e nuovo, attualità e storia, catapultando lo spettatore nel contesto odierno senza che però percepisse un eccessivo scarto: all’idolo del denaro e del mercato ci si genuflette ancora arrivando fino a recitare stravaganti litanie in onore delle banche (come sempre nel mirino…forse un po’ frettolosamente, avrà pensato qualche nostro parrocchiano bancario). Ecco quindi come la rappresentazione ha efficacemente reso il vangelo di Zaccheo come una sorta di metafora della crisi economica odierna (o delle crisi economiche della storia) causate, come sempre, dall’avidità dell’uomo che si fa servo del vessillo del denaro piantato nel proprio cuore e non della Parola di Dio.

Ma diversamente da una non cristiana lotta di classe ciò che salva è la Parola o meglio l’incontro con la figura di Gesù: è Lui che chiama per primo, è Lui che supera ogni barriera sociale o pregiudizio politico (Zaccheo era odiato non solo perché arricchitosi in modo scorretto, ma anche e soprattutto perché amico dei Romani), è Lui, quindi, che offre sempre e in ogni momento la possibilità di redimersi. Ed ecco quindi che il cuore di Zaccheo, da arido e chiuso qual’era, si trasforma in un cuore palpitante: la sua casa diviene (meta)teatro di un banchetto gioioso, gioioso non perché solamente si è fatta giustizia (ho restituito quanto ho rubato), ma soprattutto perché si è recuperata la reale dimensione relazionale dei rapporti umani. La metafora del banchetto è divenuta reale convivio quando sono state distribuite ceste piene di vero (e ottimo) pane per una generale merenda assai gradita da grandi e bambini; ma proprio questo gesto concreto che ha toccato da vicino i sensi ha permesso forse più a questi ultimi che ai primi di recepire chiaramente il messaggio di pace di Gesù: Gesù vuole la nostra felicità che non è vera felicità se non è condivisa. A suggellare il tutto una danza di gioia ha invaso la chiesa in una sorta di trenino festante che ha contagiato tutto il pubblico.

Un ritiro un po’ speciale si è detto: solo il teatro può unire, quasi magicamente, ciò che è fittizio e ciò che è reale e trasmettere la bellezza del vangelo combinando (come direbbero i grandi filosofi) etica ed estetica.

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