Il Nardo: dire Dio con la cartapesta

nardoQuando era piccolo, se portava un amico a casa, i suoi gli dicevano semplicemente: «Aggiungi un piatto». Il papà Raffaele, sindacalista, la sera suonava l’armonica a bocca degli alpini e cantava, mentre il maestro Nino Pozzo gli insegnava a sognare, con le mani, la cartapesta e il legno dei burattini. «La mia storia, le persone che ho incontrato, mi fanno dire che la bellezza e la poesia aiutano a cambiare il mondo»: don Marco Campedelli è un “giovane” prete di 48 anni. L’esperienza della bellezza semplice, pura, che a cinque anni lo folgora «è la stessa dei bambini che ascoltavano Gesù: una voce narrante può farti immaginare un mondo diverso, ti accompagna nelle tue paure e ti aiuta a rielaborarle. Un incontro che ti resta dentro, da grande ti salvaguarda dalla banalità e ti aiuta quando gli occhi si chiudono e tutto sembra farsi buio». Campedelli è co-parroco a San Nicolò, parrocchia al centro di Verona, insieme a don Roberto Vinco. Il poeta e il filosofo, li chiamano. Il primo con un dottorato in Poesia e Liturgia, il secondo professore appassionato di Levinas, Ricoeur, Buber e innamorato della sua bicicletta. Una vita in comunità, da dodici anni, che è diventata percorso condiviso per quanti in città «sono in ricerca e vorrebbero imparare a credere», dice Roberto. In questa parrocchia cinque anni fa è nata la compagnia artistica Il Nardo: un musicista professionista, uno scultore, un’iconografa, una psicoterapeuta junghiana, catechisti e insegnanti di religione, operatori del sociale e altri professionisti. La gestazione inizia dieci anni fa, quando i primi amici del poeta imparano cosa vuol dire “narrare”. «Marco ci dava i compiti, ero terrorizzata », ricorda Gabriella Amadei. «La prima volta leggemmo il brano della tempesta sedata e ci chiese, a casa, di scrivere quali sensazioni provavamo immaginandoci in quella situazione: il freddo, le gocce d’acqua sulla pelle… Poi ci disse di usare quelle espressioni per raccontare una tempesta interiore». Il gruppo riunisce persone provenienti da tutti gli ambienti perché il segreto di un’opera riuscita, dice Campedelli, «non è tanto il mestiere, ma lo sguardo. La differenza la fa quello che vedi e come lo racconti. È ciò che va oltre, che coglie i particolari, le sfumature in cui Dio si nasconde». Campedelli eredita il patrimonio di burattini e storie narrate da Nino Pozzo, il Teatro mondo piccino. Per me l’incontro con l’arte di Pozzo è stata un’esperienza “religiosa” nel senso più profondo del termine: non qualcosa che ti lega, ti costringe, ma che apre a una visione e a una comprensione più profonda, ti commuove e ti fa riflettere. Spesso la vera esperienza religiosa è fuori da ciò che definiremmo tale». E la carriera artistica prosegue anche quando Marco decide di diventare prete. D’altra parte, una delle figure a livello europeo più significative del teatro di animazione, Maria Signorelli, glielo aveva detto con chiarezza: «Tu hai una doppia vocazione. Cerca di coltivarle entrambe. Solo così sarai felice». La lettera della Signorelli è appoggiata su una mensola a casa di don Marco, insieme alle centinaia di marionette che guardano dagli armadi e dalle librerie, occhieggiano tra i libri e le fotografie degli amici. Come quella di Alda Merini che […] gli ha dettato poesie e dedicato un libro. […] Non gli piace fare il prete “fenomeno”. Non pensa che l’arte debba essere usata come strategia di marketing per portare la gente in parrocchia. Il teatro e i burattini non sono un espediente per attirare pubblico. «La mia storia è di uno che si innamora del teatro e trova che questa bellezza è nel Vangelo. E dentro ci sono moltissimi uomini e donne in ricerca, tanti giovani che non hanno bisogno di essere sedotti per essere portati alla fede, ma cercano grandi progetti da condividere, per cui spendersi. In questa parrocchia è stato battezzato Romano Guardini, che ha aiutato i giovani a reagire al nazismo, anche a lui si sono ispirati i ragazzi della Rosa Bianca». Marco e Roberto hanno fatto della cultura e dell’arte una delle linee guida del loro progetto di comunità. «Le cose fatte con poesia sono anche le più vere, ma la parola estetica deve fare rima con etica», dice Campedelli. «Per esempio certe forme di tradizionalismo esasperato sono accompagnate da un estetismo malato che mette al centro il proprio io e lascia fuori dalla porta l’Altro, il vero Dio. È la Chiesa, le comunità cristiane che devono tornare a essere belle, a sperare, a cantare, a lottare. La via pulchritudinis non è per gli eletti, ma per tutti, esattamente come la intendeva Gesù, che seminava la bellezza a piene mani per le vie della Samaria e della Galilea. Lui sapeva, prima di Dostoevskij, che la bellezza può salvare il mondo». Fare scuola di italiano con i figli degli immigrati, coinvolgendo una cinquantina di studenti che i due sacerdoti incontrano nelle aule dove insegnano al liceo o all’Istituto teologico, è uno dei modi di coniugare etica ed estetica. «Se le persone fossero più attente agli altri questo creerebbe la bellezza che sana gli squilibri tra le persone e nella società». Il fatto di lavorare sui percorsi di catechesi con un’attenzione alle dinamiche sociali della città ha avvicinato a Il Nardo molte persone anche non direttamente coinvolte nella vita ecclesiale. Come lo scultore Marco Danielon, che ha “scoperto” la comunità di San Nicolò grazie a una vicenda che ha segnato la vita della città: «Nel giugno di due anni fa», racconta, «un centinaio di immigrati occupò la piazza in segno di protesta: chiedevano il permesso di soggiorno. Si creò un momento di tensione. Marco e Roberto aprirono le porte di San Nicolò, cercarono percorsi per mettere in relazione i veronesi con gli stranieri».

Gli immigrati narrarono le loro storie e la “loro” Verona, come racconta il cortometraggio Geremia, le pareti del mio cuore. In quell’occasione Danielon, che poche settimane fa ha conseguito una laurea in Scienze religiose, improvvisò un laboratorio di scultura: veronesi e giovani stranieri furono invitati a coppie a riprodurre l’uno il volto dell’altro, lavorando la creta. «Attraverso il percorso del volto siamo entrati in empatia. Cristiani e musulmani abbiamo vissuto insieme giorni interi, in piazza, a garanzia che il Dio della vita è al di là delle religioni». Le storie minime che attraversano la vita delle città e quelle più grandi, che segnano la collettività, sono il sale che dà gusto alle rappresentazioni che Il Nardo mette in scena.

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