Pregare senza incattivirsi

Vangelo  Lc 18, 1-8

Dal vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
 

Una parabola strana, sulla preghiera, fotografa una comunità che, dopo 50 anni dalla risurrezione del Signore, non attende più la sua venuta, si stanca di pregare, si ‘arrangia’ nel cercare la giustizia con criteri esclusivamente umani. È questo il contesto in cui dobbiamo leggere la parabola sulla vedova che importuna il giudice spietato e che alla fine, per la sua perseveranza, riesce ad ottenere giustizia contro il proprio nemico. Gesù in questa parabola vuole ricordare ai suoi amici che Dio non è un giudice disattento e spietato, che non si cura dell’ingiustizia subita dai suoi figli; semmai il problema è la nostra fede, la nostra capacità di attendere, il senso delle nostre richieste…

E c’è una parola che dà il tono a tutto: ‘pregare senza stancarsi’. Cosa significa? Forse potremmo tradurre con ‘senza averne noia’ o, ancora meglio, ‘senza incattivirsi’. Sì, perché la parola greca indica proprio il portarsi dentro un male, una cattiveria, come quando una persona ci delude e noi non siamo più in grado di fidarci, perché dentro di noi qualcosa si rompe e la nostra immagine dell’altro cambia, si guasta. Questo è il pericolo delle relazioni, ed è anche il pericolo della preghiera. Poi noi lo manifestiamo in tanti modi: non trovando il tempo per la preghiera, essendo distratti, arrabbiandoci o al limite anche bestemmiando … ma in tutti questi modi quello che diciamo è che l’immagine del Signore dentro di noi si è guastata e che, perciò, non ha più senso ‘gridare verso di lui giorno e notte’, ma è meglio cercare di farsi giustizia da soli, in altro modo, per conto proprio.

Questa grettezza del cuore è il nemico della nostra vita cristiana, un nemico spesso strisciante, che non ci fa dire direttamente che Dio è un giudice ingiusto, ma che ci fa disinvestire, ci fa togliere spazio alla relazione con Lui, perché ci sono altre cose, altri progetti, altri compiti più urgenti e più importanti. Chiediamoci, allora: com’è la mia preghiera? E com’è la mia attesa del ritorno del Signore?

Don Raffaele

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