Non ci resta che piangere!

Vangelo   Lc 9, 18-24

Dal vangelo secondo Luca

Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto».
Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».
Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà».

 

 

Piangere è forse la competenza cristiana più trascurata oggi. Noi non siamo stati educati a piangere  secondo il Vangelo. Eppure gli insegnamenti degli antichi padri della chiesa spesso ci parlano del  “dono delle lacrime”, il dono da cui tutto ha inizio, perché è il dono che dà il via alla conversione e  alla vita nuova.

Purtroppo però abbiamo l’abitudine di piangere: il piagnisteo è uno sport molto praticato nelle  nostre comunità (non ci va mai bene niente, siamo sempre i più sfortunati del mondo…). Si piange  anche “sul latte versato” e si piangono lacrime di coccodrillo. Si piange a volte crogiolandosi nel  proprio dolore, talvolta con la scelta, quasi cosciente, di non voler proprio trovare consolazione.  Fintanto che abbiamo della nostra fede e della nostra adesione al Signore, la facile sicurezza  dogmatica che porta Pietro a proclamare Gesù come il Cristo di Dio e non ci rendiamo conto che  spesso uniamo alla corretta professione di fede l’esercizio di tutte le nostre pratiche idolatriche, non  diventiamo capaci di piangere secondo il Vangelo.

E’ quando ci si gira indietro e si “guarda” al male compiuto (cfr. Zc nella prima lettura), quando  si diventa capaci di una riflessione finalmente libera su di sé e sui proprio comportamenti, quando  si diviene coscienti dell’avarizia e della mancanza di amore, dell’avidità e dell’egoismo, della  superficialità e del narcisismo che ci abitano che si diviene finalmente capaci di piangere.

E il pentimento è l’inizio della liberazione. Non un momento triste, ma un momento rigenerativo,  da cui tutto riparte. Un momento di verità su se stessi e di nuova energia di vita, per iniziare ad  essere uomini e donne che non solo proclamano con la bocca, ma aderiscono con il cuore e la vita  al Signore. Allora si diventa capaci di rinnegare se stessi (di rivedersi, di risignificare le proprie  scelte), di prendere la propria croce e di seguire Gesù senza finzioni e senza abbellimenti di  comodo. E’ lì che inizia la vita cristiana. Lì, dal pianto che è il segno autentico del pentimento e del  desiderio di volgersi ad iniziare un nuovo cammino. Quindi: non ci resta che piangere, secondo il  Vangelo!

don Ivo

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