Interpretare il Concilio Vaticano II

Se fosse stata una partita di calcio si sarebbe detto “pubblico delle grandi occasioni”: l’espressione è assolutamente azzeccata per descrivere le numerose presenze accorse all’Istituto di Scienze Religiose in occasione della relazione sul Vaticano II del presbitero-teologo canadese Gilles Routhier. Anche se non si è trattato di un’infuocata stracittadina, tuttavia la difficoltà a trovare posto a sedere (per fortuna c’era un megaschermo), la profondità dei contenuti affrontati (pronunciati in italiano grazie al lavoro di traduzione della nostra parrocchiana Laura) e, non ultimo, la solennità dell’evento (era l’apertura ufficiale dell’anno accademico dell’ISSR) hanno reso la serata altrettanto impegnativa e coinvolgente. Il titolo avrebbe potuto incutere un po’ di timore soprattutto nei non addetti ai lavori (…teologici), ma Routhier ha subito chiarito che il tema affrontato non consisteva in un mero problema per così dire accademico (dissertiamo su come è stato interpretato il concilio in questi anni), bensì in un vero e proprio dilemma pastorale: che posto occuperà il concilio nella storia della chiesa? Sarà un “mito fondatore” della chiesa oppure una fase di passaggio, una parentesi? Che posizione prendere di fronte alle conclusioni teologico-pastorali del concilio? Vanno interpretate nel loro contesto storico (e quindi direttamente o indirettamente prendendone le distanze) oppure considerate fondanti di un modo nuovo di intendere la chiesa ancora in là da venire? Tal
Oggi papa Benedetto XVI propone un’ermeneutica della riforma. Il Vaticano II ha ridefinito il rapporto tra chiesa e mondo (dopo Galileo, Kant, la rivoluzione francese, ecc..) rottosi nell’800, superando una posizione di condanna ed affermando la centralità del dialogo. Il concetto di riforma si traduce nel conciliare rottura e continuità, discontinuità e continuità. Le forme di trasmissione della fede cambiano perché vanno incontro alla contingenza del momento, ma i principi rimangono. Il Vaticano II, quindi, è stato un momento di ridefinizione del rapporto tra chiesa e mondo moderno. E’ proprio quest’ultima, ha concluso Routhier, la più corretta chiave interpretativa del concilio: passato e presenti tra loro intrecciati sono il punto di riferimento per una corretta applicazione delle tesi conciliari. Rimane tuttavia ancora molto aperta la domanda iniziale, su cui tutti noi siamo chiamati a riflettere: interpretiamo il concilio come semplice evento storico, frutto del suo tempo (alla stregua di tanti altri concili della storia della chiesa) oppure ne riconosciamo la portata “rivoluzionaria” che oggi e per un po’ di anni deve guidare la chiesa?e tema, quindi, esula da una raffinata disputa tra specialisti, ma pone l’accento su una questione fondamentale: il concilio oggi è (o deve essere) “bussola della chiesa” (come ricordava Giovanni Paolo II) oppure no? Ricostruire l’interpretazione del concilio in questi 50 anni è un percorso alquanto accidentato per l’enorme mole di scritti pubblicati; per la stessa ragione Routhier ha comunque sviluppato il suo intervento seguendo un inevitabile criterio di metodo: come si sono posti i vari papi dopo il Vaticano II? La molteplice esperienza personale del suo ideatore (Giovanni XXIII, che ha operato in Grecia, Turchia, Bulgaria, Francia) suggerisce già un primo “perché” del Vaticano II: l’attenzione alla altre culture portò il futuro papa all’idea di mettere al centro l’uomo, non solo i cattolici. Si è passati, quindi, da una visione “catastrofistica” dei predecessori (molto umana), ad una visione sapienziale (certamente più biblica): cogliamo le novità buone che quest’epoca ci offre per cambiare modo di evangelizzare, anziché lamentarci del fatto che il mondo non è più come prima. Il papa affida un compito di aggiornamento della chiesa: non solo fedeltà alla tradizione, ma anche apertura a nuove forme di evangelizzazione distinguendo tra forma della dottrina (come si trasmettono

le verità di fede) che è mutevole, e deposito della fede (le verità di fede) che sono eterne. Per papa Giovanni XXIII il concilio avrebbe accompagnato il mondo nella sua trasformazione in cui anche la chiesa avrebbe trovato un suo posto a patto di rinnovare il proprio metodo di trasmissione della fede. Paolo VI insistette molto su questo dialogo con il mondo: la chiesa deve raccogliersi in se stessa per aprirsi all’altro abbandonando le occasioni di rottura e ricostruendo i ponti con il mondo moderno. A testimonianza di questa ritrovata autocomprensione della chiesa è l’espressione usata frequentemente dal pontefice (“è un tempo in cui…”) che indica la maniera nuova di concepire l’uomo e l’universo in relazione a Dio. Il concilio quindi non si è collocato solo all’interno di un percorso storico, ma ha avuto anche una sua originalità. Con Giovanni Paolo II (probabilmente per il lungo arco di tempo che caratterizzò il suo pontificato) ci troviamo di fronte ad una sorta di oscillazione interpretativa. Se da una parte infatti il papa polacco insistette sull’idea del concilio come “
Stefano Collorafibussola della chiesa”, dall’altra però mise in guardia da due eccessi opposti: ritorno al passato (eccessivo legame con la tradizione), ma anche fuga in avanti (forme di trasmissione della fede non del tutto consoni al magistero “tradizionale”). E’ proprio questo richiamo alla tradizione, anche alla luce della quale deve essere interpretato il concilio, che ha portato a strumentalizzazioni, rinvigorendo addirittura l’ultimo gruppo scismatico della chiesa cattolica (lefebvriani). Tuttavia con Woityla il concilio ricevette nuova linfa (“il Vaticano II è un’epoca nuova della chiesa”) a patto che fosse interpretato alla luce del presente e del passato, in una sorta di continua dialettica (“vecchio e nuovo sono intrecciati”).

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